Visualizzazione post con etichetta scheda film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scheda film. Mostra tutti i post

venerdì 29 agosto 2008

MAN OF THE YEAR di Dirk Shafner

Sono finalmente venuto in possesso di una copia di Man of the Year, il delizioso mockumentary di Dirk Shafer che racconta la vicenda di un modello omosessuale trasformato, suo malgrado, nell'uomo dell'anno di una rivista per sole donne. Ennesimo titolo ascrivibile alla categoria Queer, abbastanza comune nel falso documentario, e piccolo cult nei paesi anglofoni. Anni fa questo titolo faceva parte del catalogo Vhs della Emik, ma ora pare irrecuperabile. Segue una recensione dal sito del NYTimes.

Heaven forbid that the centerfold models and beauty contestants who inflame our erotic fantasies turn out not to be who we imagine they are. If they are in fact impostors, what's left to believe in?

"Man of the Year," Dirk Shafer's mock documentary film about his adventures as a model for Playgirl magazine, gleefully sabotages the notion that sex objects are sacred objects. Displaying one's body for profit is, after all, a mild form of prostitution, and the most successful whores have always been those most adept at playacting.
Mr. Shafer, a clean-cut, all-American type from Oklahoma with show business aspirations, let a friend submit his physique photos to Playgirl magazine as a lark and ended up being chosen the publication's 1992 Man of the Year. Suddenly, Mr. Shafer, who is gay, found himself portrayed on the television talk-show circuit as the hunky heterosexual dreamboat of every woman's fantasies. Articulate, witty and flirtatious, he played the role extremely well.
"Man of the Year," which Mr. Shafer wrote, directed and starred in, is a gently satirical remembrance of a charade that ended when a producer for one show confronted him with his deception and kept him off the program. In blending actual videoclips of his appearances on television with Jenny Jones, Phil Donahue and Joan Rivers with comic re-enactments of Mr. Shafer carrying out his man-of-the-year duties, the movie sustains a tone of vertiginous loopiness.
The heart of the movie is a series of interviews, with actors playing everyone from Mr. Shafer's parents (Cal Bartlett and Claudette Sutherland) to the editor of Playgirl (Beth Broderick) to Angela (Mary Stein), a woman from Reno, Nev., who goes on a magazine-sponsored dream date with him. Their night on the town gets off to a less-than-promising start in Mr. Shafer's hotel room, where she discovers his boyfriend, Mike (Michael Ornstein), hiding in the shower. (She is too polite to ask questions.) The lover, understandably, is not amused by the public persona foisted on him -- "Dirk's roommate."
Playing herself in the movie is Mr. Shafer's best friend, Vivian Paxton, who went on television with him pretending to be his girlfriend. The clips make it clear that Ms. Paxton's impersonation was crucial in Mr. Shafer's being able to carry off his act. Also appearing is Thom Collins, a one-time Playgirl hunk who went on to have a career as a drag performer, billed as "L.A.'s hottest trans-dancer."

The bogus documentary interviews seem intentionally unspontaneous and overacted. The most colorful character is a Southern stripper named Lady La Flame (Rhonda Dotson) who proclaims herself Dirk's biggest fan, blitzes his 1-900 telephone number with calls and ends up stalking his house in Los Angeles. She is far from pleased when someone in the documentary film crew informs her of Dirk's true sexual orientation.
"Man of the Year" conveys two messages, one frothy, the other sad. As it follows Dirk to an elaborate photo shoot, it demonstrates that centerfold perfection has everything to do with lighting and makeup. From a nice-looking man with a buffed body, Mr. Shafer is transformed into a glowering golden god. This surly deity bears only a distant resemblance to the real person, who is admittedly insecure about his physical attractiveness.
On a deeper level, "Man of the Year" treats Mr. Shafer's modeling experience as a metaphor for the way society pressures gay people to act straight. After watching Mr. Shafer wriggle uncomfortably inside the role he has agreed to play, it comes as a relief when he finally abandons it.


Regia e sceneggiatura Dirk Shafer;
Fotografia Stephen Timberlake;
Montaggio Barry Silver e Ken Solomon;
Musica Peitor Angell;
Con Dirk Shafer (himself), Vivian Paxton (herself), Michael Ornstein (Mike), Mary Stein (Angela), Cal Bartlett (Ken), Claudette Sutherland (Tammy), Thom Collins (himself), Rhonda Dotson (Lady La Flame) and Beth Broderick (Kelly).
Durata: 85 minutes.

giovedì 28 febbraio 2008

SPICE WORLD di Bob Spiers



Non si tratta certo di un capolavoro, ma il fatto che un fenomeno pop/commerciale come il gruppo inglese delle Spice Girl, nel momento del loro massimo "splendore", abbiano partecipato alla realizzazione di un finto/vero documentario (il confine tra cosa è vero e cosa è falso è perso già nell'essenza stessa del gruppo) rappresenta una dimostrazione di come il documentario sia percepito come una forma in grado di nobilitare anche la forma di pop più commerciale. Il risultato, lo lascio giudicare ai posteri.




Un film di Bob Spiers.
Con Roger Moore, Alan Cumming, Richard E. Grant, The Spice Girls, Jason Flemyng, Hugh Laurie.
Genere Musicale
Durata 92 minuti
Produzione Gran Bretagna 1997.

giovedì 21 febbraio 2008

84 CHARLIE MOPIC di Patrick Sheane Duncan

Un cameraman segue in una missione un battaglione di sette soldati Usa nella giungla del Vietnam, il loro compito è una pericolosa ricognizione nei pressi di una base nemica.


84 Charlie Mopic è un film di guerra atipico, che gioca a proporre un punto di vista diverso da quello usuale per la guerra più (in)visibile di cui si ha memoria mediatica. La soggettiva diventa protagonista, in modo da creare una forte immedesimazione del pubblico con i soldati e il cameraman stesso.

Prodotto indipendente a basso costo con attori sconosciuti, girato in stile documentaristico, il film di Patrick Sheane Duncan si rivela piuttosto ingenuo, ma molto in anticipo sui tempi. Nel 1989 ha infatti anticipato i film impostati sul meccanismo narrativo del found footage come i recenti Cloverfield, [Rec] e il prossimo Diary of the Dead.

Con Jonathan Emerson, Nicholas Cascone, Jason Tomlins
Durata 95 minuti
Produzione USA
Anno 1989

martedì 5 febbraio 2008

CLOVERFIELD, la recensione

Un gruppo amici sta organizzando una sorpresa per Robert, giusto prima della sua partenza per il Giappone. La festa però viene però interrotta da quella che pare una scossa di terremoto. Quello che i ragazzi corrono a vedere dal tetto del loro palazzo è invece assai più spaventoso. Manhattan non sarà più quella di prima.

Il film inizia diretto, senza alcun titolo di testa. Barre di colore, fischio a mille hz e un secco cartello in cui si dichiara che il video che segue è proprietà degli Stati Uniti d’America ed è stato acquisito come prova nel luogo una volta noto come Central Park. Comincia quindi una lunga ripresa, eseguita con una videocamera amatoriale, delle ultime ore di New York, di quella Lower Manhattan che era già stata duramente colpita al suo cuore economico, le Twin Towers, e che faticosamente si era rimessa in piedi, a testa alta. Questa volta però i terroristi non hanno alcun ruolo nella distruzione della Grande Mela: il responsabile è un enorme essere dall’aspetto mostruoso di cui nulla si conosce al di fuori della furia distruttiva. Sarebbe molto semplice liquidare Cloverfield come una boiata, girata come un Super8, accusandolo di non dare poi spiegazione alcuna sulla genesi del mostro, e nemmeno della sua fine. Basterebbe ancorarsi a un’idea di cinema fossilizzata sugli schemi classici, sull’idea tradizionale che si insegna a proposito del montaggio e di tutte le convenzioni che il linguaggio cinematografico porta nella sua ontologia. Si tratterebbe di un errore, un ulteriore passo sul viale del tramonto seguendo la via tracciata da chi sostenne che con l’avvento del sonoro il cinema fosse morto.

Bisogna pur ammettere che non ci troviamo di fronte a una rivoluzione copernicana dell’universo cinematografico, e neppure a un film che lascerà il segno nella storia del Cinema per il suo contributo tecnico o narrativo. Cloverfield è un monster-movie di serie B nato dall’inventiva di J.J. Abrams che, stupefatto dalla visione del film coreano The Host (Gwoemul, Joon-ho Bong, 2006) ha ideato una declinazione di Godzilla (id., Roland Emmerich, 1998) in chiave The Blair Witch Project (id., Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez, 1998), di cui ha ricalcato sia la scarna forma cinematografica che la folle e massiccia campagna di marketing virale che ha scatenato in rete una mania di proporzioni inedite. Abrams ha certamente capito che il cinema non inizia più nel momento in cui il buio scende in sala, ma che il cyber-spazio può diventare parte integrante di un’esperienza globale, multimediale e autoespansiva grazie alla forza dirompente di blog e user generated content. Cercare di leggere un film come Cloverfield solo per la sua fruizione in sala impedisce così di valutarne il fenomeno nella sua interezza, considerando una parte invece che il tutto e quindi distorcendone l’interpretazione. Il Mostro è un essere deforme da mettere in esibizione alla fiera delle atrocità.

J.J. Abrams ha voluto così presentarlo in una prospettiva mai vista, infondendo al tempo stesso nella pellicola una profusione di effetti speciale di grande impatto perché fortemente realistici, quasi come fossero accaduti realmente. Il segreto di Cloverfield può essere colto dallo spettatore che, come un bambino, accetta l’invito a giocare a qualcosa di analogo al “se fossi”, sospendendo la propria credulità e accettando che quel video possa essere una registrazione di una porzione di un mondo possibile. Solo allora non interessa avere la spiegazione finale che motivi la nascita del mostro o riveli cosa accade a Manhattan nelle ore successive. E dopottutto uscire dal cinema con il mal di stomaco, di tanto in tanto, è anche salutare e divertente.

Regia: Matt Reeves
Sceneggiatura: Drew Goddard
Fotografia: Michael Bonvillain
Montaggio: Kevin Stitt
Interpreti principali: Blake Lively, Mike Vogel, Lizzy Caplan, Jessica Lucas, Michael Stahl-David, Odette Yustman, T.J. Miller
Produzione: Bad Robot, Paramount Pictures
Distribuzione: Uip
Origine : Usa, 2007
Durata:85'

Pubblicato su Hideout.it

giovedì 25 ottobre 2007

MAURY, UN ROCKUMENTARIO di Rob Barrel

La storia di Maury dimostra come il valore dell'artista è inversamente proporzionale e proporzionato al successo di pubblico. Roberto Freak Antoni

Prima che l'impegno scoprisse la protesta. Quando Joe Sentieri e i suoi saltelli erano le uniche trasgressioni tollerate, ogni città, ogni borgo vantava almeno un eroe da Juke box o qualcosa del genere. Camogli non fu da meno. Chi come me trascorse gran parte della giovinezza tra Mulinetti e San Fruttuoso non può dimenticare Maury: giovane riccio e scarno figlio della maestra del paese. Allora nessuno mai avrebbe immaginato che quel ragazzo al limite dell'autistico, grazie a giochi di note composti nella solitudine della sua cameretta, potesse ottenere il consenso di una generazione di artisti. Molti lo hanno conosciuto, tanti lo hanno amato, pochi hanno capito la vera essenza della sua arte, la ragione per la quale Maury non volle mai incidere nulla di quanto composto, lasciando che fosse the vox populi a diffondere il suo messaggio, non le case discografiche. Cagnara (un amico d'infanzia)


Con questo Rockumentario la Bernarda Prod-Action vuole riscoprire Maury un artista poco noto al grande pubblico, ma che diede un grosso contributo alla storia della musica italiana. Tale riscoperta avviene attraverso le testimonianze di artisti e musicisti, tra questi Roberto Freak Antoni, primo ed assoluto estimatore del musicista di Camogli, e poi Max Pezzali, Prozac+, Casino Royale, Simona Ventura, Enrico Ruggeri, Scardy & Pitura Fresca, Nicola Arigliano, Mango, Cattivi Pensieri, Susanna Messaggio, Mario Luzzato Fegiz, Alex Baroni, Subsonica, Ron, Sergio Caputo, ai quali la BPA sarà eternamente grata




Le sue canzoni.


Soggetto Barrel/Littlecross
Con Roberto Freak Antoni, Max Pezzali, Prozac+, Casino Royale, Simona Ventura, Enrico Ruggeri, Scardy & Pitura Fresca, Nicola Arigliano, Mango, Cattivi Pensieri, Susanna Messaggio, Mario Luzzato Fegiz, Alex Baroni, Subsonica, Ron, Sergio Caputo Commento Ed Reds jr.
Regia e Montaggio Rob Barrel
Durata 19'
Anno di Produzione 1999/2000

mercoledì 18 luglio 2007

CONFETTI di Debbie Isitt

E' finalmente uscito nei cinema italiani Confetti, il secondo film di Debbi Isitt. Visto in anteprima, ecco la recensione pubblicata su Hideout.

La rivista Confetti indice un concorso per eleggere il matrimonio più “particolare” dell’anno. In premio la foto di copertina del numero speciale dedicato alla competizione e una casa dei sogni da 500.000 sterline.

Il confine esistente tra vero e falso tende sempre più a perdere distinzione. Il fatto che la Bbc, istituzione mondiale per il documentario, si sia imbattuta nella produzione di un mockumentary, un falso documentario, lascia piuttosto spiazzati. Il pretesto nasce da un concorso ideato per rilanciare una rivista tematica sul matrimonio per l’elezione della cerimonia più “strana”. La regista Debbie Isit, ispirata dalla tragicomica esperienza della sorella nei preparativi del suo matrimonio, ha infatti trascorso due anni a scavare nell’industria degli sposalizi, scoprendo un mondo “più strano della finzione”. Il passo successivo è stato quello di ordire una trama che potesse assorbire le stranezze e bizzarrie della realtà e metabolizzarle attraverso una fiction, di chiara ispirazione documentaristica.

A questo scopo il cast che dà vita alle tre coppie in gara, compresi familiari e fidanzati, ha dovuto seguire un lungo laboratorio creativo di improvvisazione, in modo da ottenere un maggiore effetto di realtà, per calarsi completamente nei panni dei personaggi filmici e ricavare reazioni naturali dalle situazioni inaspettate che si creavano sul set.

La Isit si è ispirata al mondo dei reality show televisivi per costruire la forma linguistica del film, un tentativo di coniugare la camera invisibile del direct cinema con l’invasività della videocamera digitale. Il modello ispiratore è però evidentemente la serie televisiva The office, di cui Martin Freeman è uno dei protagonisti, ma il punto di riferimento non citato è il cinema di Christopher Guest, ex Spinal Tap con Rob Rainer, e regista a sua volta di film come Campioni di razza (Best in Show, 2000), Sognando Broadway (Waiting for Guffman, 1996) e A Mighty Wind (id., 2003), tutti diventati punti di riferimento per il neo-genere del mockumentary.

Confetti gioca con gli stereotipi e mantiene alto il ritmo della narrazione attraverso buone trovate comiche, ma il valore del film si limita a questo mero livello intrattenitivo. Spesso i falsi documentari ironizzano esaperando aspetti della realtà e giocano sulla verosimiglianza del sistema linguistico utilizzato, ponendo il pubblico in bilico sul “non è vero ma ci credo”. Il procedimento dovrebbe essere quello della caricatura satirica, ma in questo Confetti fallisce; le tre coppie, una naturista, una appassionata di musical e una tennistica, non riescono a essere mai realmente critiche e graffianti nei confronti dell’industria del matrimonio, che diventa esclusivamente un motivo per creare situazioni divertenti e ironiche, principalmente sulla splendida coppia gay degli organizzatori di cerimonia. In un mondo in cui il divorzio mette in crisi l’industria del matrimonio, piuttosto che il matrimonio stesso, dove in difesa di un’istituzione sociale in grave crisi si attaccano le convivenze e i P.a.c.s. e in cui capita spesso di leggere sui quotidiani di cerimonie matrimoniali realizzate in modo “alternativo” e forse davvero la realtà supera la finzione e un film del genere, pur nascendo da una buona intuizione, non sortisce alcun effetto che superi la risata a denti stretti.

Clicca qui per vedere il trailer.

Regia: Debbie Isitt
Sceneggiatura: Debbie Isitt
Fotografia: Dewald Aukema
Montaggio: Nicky Ager
Musica: Billy Alessi, Paul Englishby
Interpreti principali: Selina Cadell, Jimmy Carr, Olivia Colman, Ron Cook, Julia Davis, Vincent Franklin, Martin Freeman
Produzione: Confetti Productions, Wasted Talent, Bbc Films, Screen West Midlands
Distribuzione: 20th Century Fox
Origine : Gran Bretagna, 2006
Durata: 96'


giovedì 14 giugno 2007

OFFSCREEN di Christoffer Boe

"Offscreen", ovvero "L'uomo con la macchina da presa" incontra "Il cameraman e l'assassino": una scarnificazione impietosa dell'apparato filmico che riduce un uomo a filmare se stesso tutti i giorni per tutto il giorno, con il proposito di farne un lungometraggio che parli d'amore e di vita. Questa è l'idea del protagonista, l'attore Nicolas, il quale però non ha idea delle difficoltà del suo progetto. I suoi amici, costretti ad essere ripresi, sono stupiti prima e infastiditi poi. La sua ragazza deve sostenere, oltre alle difficoltà pregresse del rapporto, anche una nuova entità tra lei e il suo uomo. Anche il lavoro in teatro diventa difficoltoso. E allora perché il nostro non desiste e non torna alla sua normale esistenza? La sua hybris gli nasconde l'impossibilità di essere al contempo soggetto e oggetto filmico, la videocamera è potente e non mente mai, conducendolo ben presto sul sentiero dell'autodistruzione.

Il danese Christoffer Boe, a Venezia l'anno scorso con "Allegro" pone delle questioni interessanti sulla natura della nuova cinematografia, quella che viene dopo la Tv, i reality show, il digitale e i nuovi self-made movies. L'aspirazione mitica a catalizzare tutto su di sé, ad essere un corpo-cinema autonomo e auto-generante viene messa in crisi al suo eccesso in un perfetto meccanismo, balbettante all'inizio, poi via via più coinvolgente (ma alla prima proiezione di Venezia 63 sono in molti ad abbandonare la sala troppo presto) fino a gettare le premesse del delirio totale, lanciandosi verso un finale in cui il protagonista diventa la sua videocamera. Ma in nessuno dei due poli (Nicolas e il suo occhio meccanico) risiede più alcuna coscienza, e c'è spazio solo per un'orgia sanguinaria.

Grandioso l'attore protagonista, Nicolas Bro, anche direttore della fotografia ma soprattutto pilastro unico di un film triplamente finto nella sua perversa mise en abime.

Da Cinefile.biz

Sul sito Offscreen potete vedere il trailer. Altri articoli su Cinemavvenire, Filmfilm,

Segue una raccolta di dichiarazioni durante la conferenza stampa raccolte da Filmup

Intervista al regista e al cast.
di Elisa Giulidori

"Off Screen" è un finto film-documentario, su un attore riprendere la sua vita 24 ore su 24. Un'analisi interessante sul reality e sulle sue implicazioni. Ma anche un nuovo modo di pensare le inquadratura e le luci. Il regista e attori raccontano il loro rapporto con questo progetto che ha occupato un anno della loro vita.

Il suo film è una sanguinosa metafora sul reality, rispecchia la nostra ossessione di avere un doppio che ora si può incontrare attraverso le videocamere. Questo tema del doppio è presente in un autore che lei ama molto, Edgar Allan Poe... Ci può dire cosa ne pensa.
Christoffer Boe: In riferimento a Poe mi viene in mente il racconto in cui c'è il ritratto di una signora e più è perfetto più svanisce. Mi ricorda molto il nostro lavoro, quando ci sembra di arrivare ad un risultato questo sembra svanire. In questo film non volevo solo analizzare il doppio, volevo anche indagare l'utilizzo di nuove tecnologie. La camera digitale ci ha permesso di avere una troupe ridottissima solo due persone me e Nicolas. Volevo esplorare un nuovo tipo di regia, nuove luci…

Quanta parte ha avuto "l'attore", anche nella costruzione del film?
Nicolas Bro: La prima metà l'ho girata a casa mia, seguendo una traccia fornitami da Boe. O meglio all'inizio avevamo varie soggetti, nei primi 4/5 mesi abbiamo definito le tracce, la seconda parte è tutta basata invece su una sceneggiatura di Boe. Comunque io avevo la possibilità di fare ciò che volevo, potevo anche decidere dove posizionare la camera, se mi sembrava più opportuno, non è certo da tutti poter fare queste scelte. Ma io sono un attore e naturalmente ho anche seguito le sue indicazioni del regista. Il risultato è stata una collaborazione di entrambi.

Ma allora la sceneggiatura era aperta, gli attori non sapevano come si sarebbe sviluppata?
Nicolas Bro: Noi avevamo un obbiettivo vago per i primi 6 mesi, non sapevamo dove saremmo andati a parare. Poi la sceneggiatura si è definita.

Come si monta un film del genere, quanto tempo è durato?
Christoffer Boe: Il montaggio ha avuto alla fine tempi tradizionali, 3-4 mesi. Comunque tutti i giorni guardavo le riprese e facevo un primo.

I due attori protagonisti recitavano usando i loro veri nomi. Vi siete dati dei limiti per interpretare i vostri "personaggi"?
Lene Maria Christensen: Non avevamo regole ma solo delle situazioni da riprodurre. Ripetendo molto spesso le scene si riusciva ad ottenere il risultato che Bro aveva in mente. L'uso dei nostri veri nomi invece è stato spiazzante. Ma siamo attori e vivevamo una situazione non reale, noi non siamo sposati.
Nicolas Bro: A volte ci siamo spinti oltre il limite. Infatti in fase di montaggio abbiamo dovuto tagliare certe scene perché lì avevamo passato il limite, c'eravamo troppo immedesimati nel ruolo.

Titolo: Offscreen
Regia: Cristoffer Boer
Sceneggiatura: Christoffer Boe, Knud Romer Jørgense
Fotografia: Nicolas Bro
Interpreti: Nicolas Bro, Lene Maria Christensen, Christoffer Boe, Jakob Cedergren, Trine Dyrholm
Nazionalità: Danimarca, 2006
Durata: 1h. 33'

lunedì 14 maggio 2007

AMERICAN MOVIE di Chris Smith

Se Blair witch project è un film che si spaccia per documentario, ecco un documentario che viene presentato come un film. Si chiama "American movie" ed ha con la pellicola della strega di Blair un punto in comune: l'ambientazione. Anche qui siamo in un bosco alle prese con presenze malvagie. La differenza sta nell'aver incluso nel prodotto finale anche tutto il backstage. Così mentre uno dei personaggi del film urla per il terrore, il regista vi mostra anche il doppiatore che lancia l'urlo.

Il sito American movie vi presenta anche un trailer, molto divertente, di questo film che in America è diventato già un cult. La pellicola ha anche ricevuto il premio della critica all'ultima edizione del Sundance festival. American movie, come Blair witch project, è nato con un piccolo investimento ed è stato poi acquistato da una grande major. In questo caso la Sony. Probabile, quindi, la sua prossima distribuzione anche in Italia.

Da Mediamente.rai.it






Anno:1999
Regia: Chris Smith
Sceneggiatura: Chris Smith
Produzione: Bluemark Productions
Fotografia: Chris Smith
Montaggio: Jun Diaz
Cast: Mark Borchardt, Tom Schimmels, Monica Borchardt
Durata: 107’
Nazione: Usa

PERVYE NA LUNE di Aleksey Fedortchenko

Deve aver portato fortuna a Pervye na Lune (First on the moon, il titolo internazionale) essere presentato a Venezia 62 come primo film della sezione Orizzonti: è riuscito infatti a ottenere il Premio Orizzonti Doc. Evidentemente, in un panorama di sperimentazione come quello di Orizzonti, è stata particolarmente apprezzata l’idea di Fedortchenko, noto documentarista, di realizzare un finto documentario che è una satira contro la madre Russia: un pastiche ironico anzi, cosa ancor più importante, autoironico.

Il regista opera una particolare ricostruzione storica, partendo da un misterioso rinvenimento avvenuto tra le montagne del Cile: secondo le attonite fonti locali si tratterebbe di una “sfera di fuoco”, un meteorite, o secondo i media addirittura un ufo. Una troupe televisiva indaga sulla vicenda, e scopre, spulciando gli archivi di Mosca, alcuni incredibili filmati propagandistici che spiegherebbero il tutto. Questi testimoniano infatti del primo fallimentare tentativo sovietico di conquistare lo spazio e sbarcare sulla Luna, mostrando i tentativi di lanci con animali, la ricerca e la selezione dei cosmonauti e il loro duro addestramento per la missione spaziale segreta, compiuta molto prima di Gagarin, che culmina nell’atteso lancio. Il razzo con a bordo i cosmonauti però precipita tra le montagne del Cile, e da allora tutti gli sforzi del governo sono tesi a nascondere la disastrosa missione. Non si sa che fine abbiano fatto i sopravvissuti, tranne alcuni che il regista riesce a rintracciare e cui assegna il compito di aiutarlo a ricostruire la vicenda.

La storia è talmente surreale da diventare verosimile, e ci piace lasciarci trascinare in maniera straordinaria dal gioco e dall’inganno, del quale, in realtà, tanto consapevoli gli spettatori non sono, se all’uscita si chiedono quali siano le parti ricostruite e quali quelle reali. Così il regista, che si è divertito a mescolare con le tecniche del documentario classico autentico materiale d’archivio russo e scene ricostruite del passato in un bianco e nero adeguatamente sgranato e contrastato (mentre il presente è raffigurato a colori), raggiunge il suo scopo. Il messaggio insomma è: non è difficile ingannare l’occhio attraverso l’apparenza. È una riflessione sul potere della comunicazione e sulle manipolazioni che ne fanno parte, e che danno credibilità a qualunque cosa rendendo realistico l’assurdo. Indicativa la frase pronunciata da un archivista del kgb: “Tutto quello che c’è qui dentro, è avvenuto, almeno questo è certo”.

A disorientare lo spettatore con humour elegante, improbabili particolari come il fatto che tra i cosmonauti figurino un nano da circo, una bellissima ragazza che somiglia più a un attrice che a un’atleta e un operaio pluripremiato per il suo stacanovismo. Tra gli animali-cavia figurano invece un improbabile maialino imballato in uno scafandro-mignon e una scimmietta dallo sguardo dubbioso, entrambi desiderosi di emulare la cagnetta Laika.

Volendo, si possono rintracciare precursori di operazione del genere in Zelig (1983) di Woody Allen e in JFK di Oliver Stone (1991) nonché in altre operazioni recenti. Ma qui ciò che conta, oltre l’indubbia bravura tecnica, è l’operazione attraverso la quale, parodiando gli ideali retorici e trionfalistici della Russia, lo scherzo diventa amaro, per l’implicita riflessione sulle tante vite sfruttate a scopo propagandistico per poi buttarle via quando diventano superflue o scomode. Eppure, contemporaneamente, si avverte una vaga nostalgia per un passato sepolto, o forse il rammarico che le cose non siano andate differentemente, magari che non si sia realizzato davvero “il sogno della Repubblica Cosmica dei Soviet”. Ma la grande creatività e la rinnovata energia del popolo russo possono manifestarsi in altre forme, come questa per esempio.



da Frame on line

Anno:2005
Regia: Aleksey Fedortchenko
Sceneggiatura: Aleksey Fedortchenko, Ramil Yamaleev
Produzione: Studio DEYA-TORIS
Fotografia: Anatoly Lesnikov
Montaggio: Ludmilla Zalogneva
Cast: Boris Vlasov, Victoria Ilynskaya, Andrei Osipov
Durata: 75’
Nazione: Russia

martedì 24 aprile 2007

THE BLAIR WITCH PROJECT di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez

Ci sarebbero fiumi di parole da spendere sul fenomeno di The Blair Witch Project , ma mi limito a segnalare questo video che comprende ben tre dei trailer ufficiali. Sappiamo bene che il film di per se' non vale molto, di sicuro maggiore interesse è il "progetto" complessivo che sta alla base dell'idea di Myrick e Sanchez. Qualcuno sostiene che sia stato un plagio a Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, secondo me si tratta di un'abile rielaborazione di alcuni contenuti con un amplificazione multimediale enorme. Sicuramente il documentario televisivo Curse of the Blair Witch è di maggiore interesse nella prospettiva dei mockumentary.


Anno:1999
Regia: Daniel Myrick, Eduardo Sánchez
Sceneggiatura: Daniel Myrick, Eduardo Sánchez
Produzione: Haxan Films
Fotografia: Neal Fredericks
Montaggio: Daniel Myrick, Eduardo Sánchez
Cast: Heather Donahue, Joshua Leonard, Michael Williams
Durata: 86’
Nazione: USA

giovedì 12 aprile 2007

IL SEGRETO DEL SUCCESSO di Massimo Martelli

Uno dei rari casi di mockumentary made-in-italy che hanno visto le sale dei cinema. Nel mondo del cabaret milanese Cico e Bob, due attori alla ricerca del successo, sembra giunto il momento della gloria. Per loro sfortuna però la fama arriva postuma, visto che sono stati dati per morti in un incendio e i mass media non fanno che parlare di loro, tirando fuori libri mai scritti e materiale di repertorio. In realtà sono vivi e vegeti, ma il loro manager li convince a nascondersi in un casolare e godersi l'inatteso successo aspettando il momento opportuno per dire la verità. Ma Cico e Bob non sono fatti per vivere in cattività e come attori hanno bisogno del confronto con il pubblico, così decidono di uscire allo scoperto. Riusciranno a mantenere il successo?

Quali sono le bugie e quali, invece, le verità del suo film?
MASSIMO MARTELLI: Cinquanta e cinquanta. Quello che si vede nel film è (quasi) tutto vero, ma spesso è stato romanzato. Molto del nostro vissuto di "gruppo" è stato messo nel film… ma quello che c’è di totalmente vero è la descrizione dell’ambiente dello spettacolo e delle strade che bisogna fare per raggiungere quello che oggi è ritenuto il successo.
PAOLO MARIA VERONICA: E poi basti pensare a ciò che è successo con la triste vicenda di Francesco Nuti: appena ha dato notizia del suo "suicidio", immediatamente il suo nome è ritornato fare notizia e a diventare un evento spettacolare! E la nostra bugia… il nostro fingerci "morti" diventa la nostra colossale bugia per cavalcare l’onda di un successo che tardava ad arrivare. Ma anche nella nostra vita "reale" viviamo un successo un po’ perverso: i nostri personaggi di Padre Buozzi e Marcolino è vero che sono molto conosciuti, ma oramai la gente crede che siano delle persone vere e quando ci togliamo le nostre "maschere" non sanno affatto chi siano questi Malandrino e Veronica!

Qual’ è il successo descritto nel film?
MASSIMO MARTELLI: Quello di questi ultimi anni: l’esserci, l’apparire perché come dice un personaggio del film "se nessuno ti riconosce allora vuol dire che non esisti". Un successo fatto di corpi ma non di anima, dove il saper fare qualcosa non è necessario, dove la ricchezza è una meta o addirittura il vero e proprio fine.

Chi sono realmente Cico e Bob?
MASSIMO MARTELLI: Il gruppo era formato da Cico, Bob, Enzo Iacchetti, Paolantoni, Sarcinelli, Giobbe ed io, che facevo l’autore e regista della congrega. Facevamo trasmissioni sfigate ma nelle quali ci lasciavano fare quello che volevamo, gli unici un po’ famosi erano Cico e Bob, e spesso grazie a loro si riusciva a lavorare. Poi un giorno decisero di lasciare, momentaneamente gli amici e di fare un programma di un noto comico che fu un flop clamoroso, mentre il resto del gruppo esiliò in una piccola televisione (Odeon Tv) e produsse un piccolo programma di culto dal titolo "Sportacus", che ebbe una grande fortuna. E da lì l’inizio o la fine, a secondo del punto di vista: per Cico e Bob una frenata alla loro carriera, per gli altri una veloce accelerazione!

Ma cos’è che non va nel mondo dello spettacolo?
MASSIMO MARTELLI: Non credo che sia giusto che un bel film come Respiro incassi così poco e lo stesso vale per altri film come L’imbalsamatore, Tornando a casa e Tre storie. Non "va" che molti dirigenti televisivi continuino a parlare di prodotto e non di contenuto, e non è giusto che le persone oggi famose siano corpi o categorie specifiche come le veline o le letterine. E non va che in Italia non esistano più i generi cinematografici, e sinceramente credo che non sia colpa di chi fa questo mestiere…

E di chi allora?
MASSIMO MARTELLI: Principalmente credo che sia un problema di comunicazione: non sappiamo vendere i nostri prodotti!

Per Antonio Catania, uno degli attori più richiesti dal cinema italiano, che cosa è il successo?
ANTONIO CATANIA: Mi riconosco molto nella storia raccontata in questo film. E’ vero che lavoro in diversi film e mi fa piacere godere della fiducia di molti miei colleghi e registi… ma anch’io non sono arrivato da nessuna parte! Cerco di fare bene il mio lavoro senza l’aiuto di scorciatoie e quindi ci sto di diritto in questo film!

Quanto della vostra vita e del vostro modo di essere avete messo in questo film?
ROBERTO MALANDRINO: Su precise indicazioni del regista, siamo stati costretti ad essere il più possibile noi stessi!
PAOLO MARIA VERONICA: Naturalmente con leggere esasperazioni ed esagerazioni…
MASSIMO MARTELLI: E questo è stato sicuramente il lavoro più difficile del film: partendo da un presupposto di verità, ho cercato di accentuare i loro caratteri e così ottenere una recitazione la più naturale possibile.

Dopo il primo film Pole Pole con Fabio Fazio e Muzungu con Giobbe Covatta, un altro film con protagonisti diversi comici "televisivi": perché questa scelta?
MASSIMO MARTELLI: Parto dal presupposto che realizzare un film è un impegno molto faticoso e quindi per me è importante circondarmi di persone a cui voglio veramente bene! E poi utilizzo questi comici non nelle loro solite vesti televisive ma come interpreti delle storie che voglio raccontare: solitamente mi piace rischiare e non adagiarmi in "semplici" operazioni commerciali che sinceramente non mi hanno mai interessato!

Ma cos’è per lei il successo?
MASSIMO MARTELLI: Per quanto mi riguarda è riuscire a fare quello che desideri, nel mio caso il cinema!

Regia: Massimo Martelli
Cast: Roberto Malandrino, Paolo Maria Veronica, Enzo Iacchetti, Antonio Catania, Nadia Carlomagno
Genere: Commedia
Nazione: Italia
Durata: 82'

sabato 31 marzo 2007

THE RUTLES - ALL YOU NEED IS CASH di Eric Idle

La prima apparizione dei The Rutles avvenne nel programma televisivo dei Monty Python's Flyin' Circus il 12 Novembre 1976.

The Rutles were born out of something we did for the TV series. We were making a sketch about people suffering from lovesickness and Neil had written a song to go with it, "I Must Be In Love". It was a miserable day, November 24, 1975, and we took a crew down to Denham Memorial Hall in Buckinghamshire, which we'd hired for £6.75, to film what turned out to be the first Rutles song.
Ian Keill, produttore Rutland Weekend Television. [1]

Il programma era costruito su una serie di brevi sketch collegati l’uno all’altro. Il segmento dei Rutles iniziò come un breve documentario ambientato in un ospedale, in cui l’amore veniva trattato come una malattia. Il narratore, interpretato dallo stesso Neil Innes, introducendo i pazienti ne descrive il modo di soffrire a causa delle canzoni d’amore, iniziando a cantare “I Must Be In Love”.



The Rutles – All you need is cash nacque due anni dopo, come progetto finanziato dalla rete televisiva NBC. Inizialmente ideato per un late-night special sui The Rutles, divenne un programma da prima serata. Il film segue il modello di parodia utilizzato dal Monty Python’s Flyng Circus durante i loro show televisivi. Come il nome The Beatles giocava con l’assonanza tra il termine musicale “beat”, letteralmente battito, e “beetles”, ovvero scarafaggi, anche The Rutles è un termine ambiguo dai significati diversi, “rut” infatti può essere traducibile sia come “estro, eccitazione sessuale” che come “routine, abitudine”.

La forma del mock-documentario viene utilizzata non solo per parodiare l’aura da mitologia rock che circondava il gruppo dei Bealtles in quel periodo, ma anche per ironizzare sulla serietà dei documentari prodotti nello stile BBC attraverso l’assurdo. Il film infatti, fin dall’inizio, utilizza uno stile puramente espositivo e rielabora in chiave surreale molte delle convenzioni più classiche del documentario come il narratore, l’uso di interviste a personaggi noti o presunti tali, materiale di archivio e registrazioni amatoriali, nonché prodotti dell’industria discografica come copertine di album, film e frammenti musicali.
The Rutles – All You Need is Cash risulta essere una delle migliori e più riuscite parodie della forma del documentario proprio grazie all’ironia che il Monty Python’ Flying Circus è riuscita ad infondere a questa rilettura del fenomeno musicale dei The Beatles. Non a caso, nel 1984, Rob Reiner sarà ispirato proprio da questo film per il suo This is Spinal Tap , altro celebre esempio di mock-rockumentario.

Il 25 marzo 1978 l’album dei Rutles entro alla 63a posizione della classifica americana della rivista Billboard. In questo modo realtà e finzione di fondono in maniera più evidente al di fuori del film stesso.

Ecco i primi minuti del film The Rutles: All You Need Is Cash .



[1] http://www.rutlemania.org/ “I Rutles sono nati da un’idea che abbiamo avuto per la serie televisiva. Stavamo facendo uno sketch sulle persone che soffrono per amore e Neil si è messo a scrivere una canzone su questo, 'It Must Be In Love'. Era un giorno penoso, il 24 di Novembre del 1975, abbiamo portato il gruppo al Denham Memorial Hall nel Buckinghamshire, che abbiano affittato per 6,75 sterline, per filmare quello che è nato con la prima canzone dei Rutles.”

Anno: 1978
Regia: Eric Idle, Gary Weis
Sceneggiatura: Eric Idle
Produzione: Gary Weis, Craig Kellem – Broadway Video
Fotografia: Gary Weis
Montaggio: Aviva Slesin
Musiche originali: Neil Innes
Cast: Eric Idle, Neils Innes, John Halsey, George Harrison, Mick Jagger
Durata: 73’
Nazione: Gran Bretagna

venerdì 23 marzo 2007

TRIBULATION 99 di Craig Baldwin

Ecco il trailer.


Anno: 1992
Regia: Craig Baldwin
Sceneggiatura: Craig Baldwin
Direttore della fotografia: Bill Daniel
Montaggio: Craig Baldwin
Durata: 48'
Nazione: Usa

venerdì 2 marzo 2007

SHOWBOY di Lindy Heymann e Christian Taylor

Christian Taylor, un autore di serie TV come Six Feet Under, viene descritto da una troupe di documentaristi britannici ma ancora non sa di essere stato licenziato. I documentaristi lo seguono a Las Vegas, dove Christian prosegue le sue "ricerche" per la stagione successiva, ma ricerca in effetti il sogno di diventare un ballerino in uno spettacolo di Las Vegas.

Vincitore del MIFF, Film Festival Internazionale di Milano del 2002.
Il sito ufficiale Showboy the movie.

Anno: 2002
Regia: Lindy Heymann e Christian Taylor
Sceneggiatura: Lindy Heymann e Christian Taylor
Con: Christian Taylor, Lindy Heymann, Marilyn Milgrom
Produzione: Fite Film
Fotografia: Joaquin Baca-Asay
Montaggio: Kant Pan
Durata: 93'
Nazione: Usa

giovedì 22 febbraio 2007

CANNIBAL HOLOCAUST di Ruggero Deodato

I documentari sensazionalisti come Mondo cane o Faces of Death hanno fornito lo spunto al regista Ruggero Deodato per la realizzazione di Cannibal Holocaust (1979), un film che rilegge il fenomeno dei documentari falsificati attraverso il racconto di un gruppo di giovani documentaristi che, recatisi nell’Africa Nera alla ricerca di immagini sensazionalistiche, giungono a dar fuoco a un intero villaggio pigmeo pur di riprendere scene “che nessuno aveva mai filmato”. I tre ragazzi subiranno l’ira della popolazione indigena, rivelatasi una temibile tribù cannibale.
L’intera vicenda viene ricostruita a posteriori attraverso le pellicole ritrovate da un altro documentarista che si era messo alla ricerca della troupe scomparsa, pretesto narrativo (il found footage ) che sarà ripreso dagli autori di The Blair Witch Project.

Cannibal Holocaust è un film di fiction, non è un falso documentario sebbene i filmati della troupe di documentaristi aderisca perfettamente alle regole.


Anno: 1980
Regia: Ruggero Deodato
Sceneggiatura: Gianfranco Clerici
Con: Robert Kerman, Francesca Ciardi, Luca Barbareschi
Produzione: Massimo Antonello Geleng
Fotografia: Sergio D'offizi
Montaggio: Vincenzo Tomassi
Durata: ‘95
Nazione: Italia/Colombia

mercoledì 21 febbraio 2007

EVEN SINCE THE WORLD ENDED di Calum Grant e Joshua Atesh Litle

Ever since the world ended è, a detta dei registi, una “social science fiction”, che parla della vita e della morte dopo la fine del mondo. Come nel precedente The Falls di Peter Greenaway, l’umanità è stata decimata da una pestilenza devastante. Dodici anni dopo l’epidemia, due filmmaker si addentrano in una San Francisco semideserta con una cinepresa e un microfono. Ciò che essi documentano è la testimonianza di come il mondo ha cominciato a riorganizzarsi. Incontri e interviste con alcuni sopravvissuti mettono in luce la dura lotta per la sopravvivenza, giorno per giorno , che ciascuno deve affrontare.
Il film esplora la società in modo drammatico, ma talvolta anche umoristico, in una narrazione epica con i sopravvissuti nel ruolo di protagonisti, le loro speranze e i loro timori, la ricerca di un ritorno ad una vita normale, la perdita della fiducia delle nuove generazioni nelle tradizioni e i nuovi costumi sessuali resi necessari dalla diminuzione di popolazione dopo la catastrofe.

Ever since the world ended è presentato nella forma di (falso) diario del viaggio che i filmmaker avrebbero intrapreso verso le periferie di San Francisco. I luoghi deserti, i volti e le parole delle persone rimaste in vita dopo l’epidemia ritraggono uno scenario apocalittico. Il film descrive con sguardo sociologico aspetti come la necessità che l’uomo prova nei confronti della società, che per alcuni comporta una continua ricerca di comunità, di regole e di stabilità, per altri ne accentua la volontà di individualismo. I due registi hanno selezionato il cast degli attori seguendo un principio di casualità, scegliendoli fra amici e colleghi, per garantire autenticità ai volti e alle parole che avrebbero filmato nel loro falso documentario. Calun Grant convinse inoltre alcuni esperti a prendere parte al progetto del film, recitando nel ruolo di se stessi.

Even Since The World Ended ha vinto il premio del pubblico al San Francisco Independent Film Festival nel 2002. Il trailer:

Anno: 2001
Regia: Calum Grant, Joshua Atesh Litle
Sceneggiatura: Calum Grant
Produzione: Epidemic Films
Fotografia: Joshua Atesh Litle
Montaggio: David Driver
Durata: ‘78
Nazione: USA

lunedì 19 febbraio 2007

SHOOTING BOKKIES di Rob De Mezieres, Adam Rist

Un interessante film passato al Festival cinema africano di Milano nel 2003.

I “bokkies” sono dei giovanissimi gangster sudafricani che vengono assoldati come killer in considerazione del fatto che sono troppo giovani per essere perseguiti dalla legge. Una realtà dura che un gruppo di documentaristi decide di filmare come forma di denuncia sociale. In questo modo realtà e finzione si fondono doppiamente. Un fenomeno tristemente reale viene trattato come argomento di un falso documentario in cui vengono presentati gli incontri con i giovani killer, i tentativi attuati dalla troupe di farsi accettare dai ragazzi, il pedinamento sulle strade, fino agli attimi terribili in cui il loro lavoro viene portato a termine. Il documentario, costruito sulla falsa riga di C'est arrivé près de chez vous, alterna le riprese sul campo a scene che descrivono le discussioni che i filmmaker hanno avuto nel momento di stabilire a tavolino il progetto del loro lavoro. La forma di back-stage assume un valore altamente riflessivo, decostruendo in tal modo il lavoro documentaristico a partire dal momento della sua ideazione. Attorno al tavolo, i filmmaker coinvolti nel progetto discutono animatamente sui dubbi etici e morali che li ossessionano all’idea di filmare una forma di violenza che coinvolge dei minori.

Il film è costruito sull’alternanza dei due momenti, sottolineati da un profonda differenziazione cromatica. Il documentario sui “bokkie” è girato in puro stile osservativo, a colori, spesso per strade e di notte, mentre le fasi di preparazione attorno al tavolo sono girate in un interno e in bianco e nero, aumentando in tal modo la sensazione di stacco temporale fra le diverse sequenze. Shooting Bookies è un film altamente disturbante, come lo era C'est arrivé près de chez vous, ma per motivi diversi. Il film belga proiettava il pubblico da una posizione di testimone a quella di complice dell’omicida, obbligandolo a percorrere il medesimo arco drammatico intrapreso dalla troupe dei documentaristi; in Shooting Bokkies i documentaristi si limitano ad essere osservatori del fenomeno, a porsi delle domande sulla liceità del loro progetto. Il film è però pervaso dalla sensazione che dietro la sua fiction si celi uno straziante grido d’allarme riguardo un tema molto difficile, che rivela come i “bookies” dello schermo siano simulacri di bambini che realmente sono costretti a diventare sicari spietati a causa della miseria. Shooting Bokkies è quindi una dura denuncia di un triste fenomeno, ma allo stesso tempo è una dichiarazione di come il documentario rischi a sua volta strumentalizzare il problema piuttosto che risolverlo.

Anno:2002
Regia:Rob De Mezieres, Adam Rist
Sceneggiatura: John Fredericks, Rob De Mezieres, Andrew Cassells
Produzione: Rob De Mezieres, Andrew Cassells
Fotografia: Brendon Rowan
Montaggio: Rob De Mezieres
Durata: 75’
Nazione: Sud Africa

mercoledì 14 febbraio 2007

THIS IS SPINAL TAP di Rob Reiner

This is Spinal Tap, nel 1984, segna una tappa fondamentale nello sviluppo del falso documentario. Il regista Rob Reiner sceglie di calarsi nel ruolo di Marty DiBergi , un filmmaker indipendente, mentre realizza il suo sogno di girare un documentario su quella che lui reputa sia la miglior rock band inglese di sempre, gli Spinal Tap. Il film, un mock-rockumentario, racconta il disastroso tour del 1982 per la promozione dell’album “Smell the glove”, è girato con lo stile del documentario osservativo, precedentemente utilizzato dai registi dei primi documentari musicali come Don’t Look Back di Donn Alan Pennebaker e, soprattutto, The Last Waltz di Martin Scorsese. Il film di Scorsese viene analizzato nei minimi dettagli da Reiner in modo da creare una satira, divertente ma credibile nella forma, del documentario rock e viene esplicitamente citato da David che risponde alle domande di un giornalista, verso la fine di This Is Spinal Tap.

Il film è presentato nella tipica forma del film concerto, sulla stessa linea di Rattle and Hum (id. 1988) di Phil Joanou, sul gruppo irlandese U2. I momenti migliori del concerto sono interrotti da interviste ai musicisti, a supporter in delirio, ai dirigenti della loro etichetta discografica, da brevi sguardi dentro le vite dei membri della band, nei backstage e sulla strada. Ma mentre la maggior parte dei film concerto ritrae soggetti meritevoli all’apice della loro carriera o durante un tour trionfale, This Is Spinal Tap presenta al pubblico una band di secondo piano, con poco talento, composta da musicisti che tentano disperatamente di conservare la piccola notorietà che hanno raggiunto. Reiner/DiBergi riesce così a raccontare l’imbarazzante storia degli Spinal Tap in modo che tutto sembri assolutamente verosimile. La forma del documentario è meticolosamente analizzata e parodiata in ogni suo elemento, tanto da permettere di considerare This Is Spinal Tap come un punto di svolta per il mock-documentario; grazie a questo film, e al successo che ha ottenuto, la forma del falso documentario si è resa autoconsapevole e si è sistematizzata in un genere vero e proprio, in precedenza la forma era per la maggior parte dei casi dettata da una scelta estetica e funzionale allo sviluppo narrativo della storia, come nel caso di Zelig di Woody Allen del 1983; con This Is Spinal Tap il mock-documentario comincia a definirsi nella sua forma matura e autoconsapevole. Non a caso molti dei registi che hanno affrontato il genere dei falsi documentari hanno dichiarato di essersi ispirati proprio a This Is Spinal Tap, sia per via del grande successo ottenuto sia, come vedremo, per la sua capacità di creare un culto reale, un mondo sociale perfettamente credibile, a partire da una falsa band di poco talento.

Per la produzione del film non è stata prevista la stesura di una sceneggiatura; al fine di garantire assoluta spontaneità alla recitazione gli attori sono stati informati solo arrivati sulle varie location di come avrebbero dovuto comportarsi, come sarebbe iniziata la scena e come sarebbe finita, lasciando ampio spazio all’improvvisazione nello svolgersi dell’azione.

Il film ripropone fedelmente lo stile dei rockdocumentari più noti e crea un ritratto credibile di una falsa band, ma non pretende che il pubblico creda che gli Spinal Tap siano un vero gruppo rock. In effetti gli attori, oltre ad essere co-autori dei brani, si sono dimostrati discreti musicisti, permettendo di filmare le scene dei concerti dal vivo e con gli Spinal Tap presentati al pubblico come band di supporto del gruppo Iron Butterfly, nei rock-club della loro tournèe. Alcune fra le scene maggiormente ironiche rivelano il carattere parodico del film mostrando l’inettitudine del gruppo attraverso la semplice osservazione da parte della cinepresa, come nel caso del concerto al “Zanadu Star Theatre” a Cleveland, dove il gruppo, alla ricerca dell’ingresso del palco, si perde nei labirintici corridoi del back-stage.

Dietro la messa in scena sul palco e la presunta vita quotidiana appare ovvio che i tre musicisti siano in realtà degli attori, soprattutto a causa delle esagerazioni evidenti raccontate dai protagonisti del film durante le loro interviste. Anche la stessa composizione del gruppo risulta paradossale, Marty DiBergi viene a conoscenza da un’intervista a David St. Hubbins che ben trentasette persone si sono avvicendate nella band, di cui solo venti sono state documentate. I diciassette mancanti furono collaborazioni a breve termine, fra il 1965 e il 1966. In un’intervista del 1992 con l’Orlando Sentinel, nel seguito The Return of Spinal Tap, Nigel Tufnel ha menzionato che l’attuale batterista Ric Shrimpton è stato preceduto da altri 12 musicisti, il che significherebbe che ben sette dei diciassette membri mancanti erano batteristi, facendo aumentare il numero complessivo a 44 elementi.
In questo modo appare evidente il doppio livello di parodia attuato dal film, da una parte nei confronti dei classici come The Last Waltz e del loro stile documentaristico, dall’altra parte rispetto al mondo discografico e la mitologia popolare che circonda i gruppi rock.








Anno: 1984
Regia: Rob Reiner
Sceneggiatura: Christopher Guest, Michael McKean,Rob Reiner, Harry Shearer
Produzione: Linsday Doran, Karen Murphy – Spinal Tap Prod.
Fotografia: Peter Smokler
Montaggio: Kent Beyda, Kim Secrist
Musiche originali: Christopher Guest, Michale McKean, Rob Reiner, Harry Shearer
Cast: Rob Reiner, Christopher Guest ,Harry Shearer,Michael McKean
Durata: 82’



mercoledì 7 febbraio 2007

STARDOM - di Denys Arcand

Non nascondo che c'è una certa delusione che serpeggia fra queste righe. Le aspettative erano alte. Un regista come Denys Arcand, autore de Il declino dell'impero americano e Le invasioni barbariche prometteva bene, invece Stardom girato nel 2000, è una vera delusione. Il falso documentario è patinato e poco credibile sia dal punto di vista tecnico che carente da quello della sceneggiatura. Una giovane hockeista viene scoperta da un fotografo e lanciata nel mondo della moda. Un documentarista inizia a seguirla con una cinepresa, intervallando il suo girato con una miriade di inserti televisivi. Sempre indeciso tra parodia e critica della vuotezza del mondo della moda, Arcand non sa decidersi quale strada percorrere e il film rimane piuttosto piatto. Interessanti alcuni interventi televisivi, fra cui un finto show in stile Jerry Springer. Tutto il resto è superfice. Da confrontare con Showboy.

Anno: 2000
Regia: Denys Arcand
Sceneggiatura: Denys Arcand
Produzione: Serendipity Point Films
Direttore della fotografia:
Montaggio: Isabelle Dedieu
Cast: Jessica Paré, Dan Aykroyd, Charles Berling, Frank Langella
Durata: 100'
Nazione: Canada/Francia

martedì 30 gennaio 2007

BURIS - di Massimo Garlatti Costa

Come non citare un piccolo gioiello made-in-Italy di Massimo Garlatti Costa, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente.

Un documentario sulla gente, il paese e la Toni International la casa di produzione di film porno friulana.
"Nel 1997 Buris era un paese in disfacimento. I suoi abitanti sembravano destinati ad un futuro di disoccupazione e rassegnazione e il paese a una lenta agonia.
Ma l'inventiva e la perseveranza di uno dei suoi figli più creativi avrebbe cambiato il volto del paese per sempre.
Nel giro di due anni, utilizzando attori locali e infrastrutture del comune, il falegname disoccupato Toni Cantarut trasforma Buris da paese abbandonato della Pedemontana friulana in una delle tre capitali mondiali del cinema porno, portando un attore locale, Vigji Moretto alla più alta fama del porno mondiale".
Il friulano lingua ufficiale del hardcore mondiale.
Garlatti-Costa ha realizzato forse il miglior falso documentario made in Italy, sicuramente il più divertente e irriverente.

Anno: 2000
Regia: Massimo Garlatti-Costa
Sceneggiatura: Massimo Garlatti-Costa
Direttore della fotografia: Bruno Beltramini
Montaggio: Carlo della Vedova
Cast: Mario Nicoloso, Giorgio Cantoni, Daniele Poiana
Durata: 38'
Nazione: Italia
Lingua:Friulano