martedì 7 giugno 2011
martedì 20 luglio 2010
Casey Affleck e il finto documentario su Joaquin Phoenix
Qualcuno aveva ipotizzato che potesse trattarsi di uno scherzo ben orchestrato: oggi arriva la notizia che Casey Affleck ha girato una sorta di falso documentario, un “mockumentary”, proprio sulla metamorfosi di Joaquin Phoenix, da attore in musicista hip hop. Il film è stato mostrato a diversi produttori, tra cui Harvey Weinstein, e non verrà mostrato neppure al Marchè di Cannes, per mantenere più a lungo possibile il segreto sulle vere intenzioni di Phoenix. Speriamo si tratti solo di una prova suprema di identificazione tra attore e personaggio: dopo il magnifico Two Lovers di James Gray, sarebeb un peccato non ritrovarlo sullo schermo…
mercoledì 2 settembre 2009
DISTRIC 9 - Ne parlano Neil Blomkamp e Peter Jackson
lunedì 3 novembre 2008
Pier Paolo Pasolini e i Mass Media
Pier Paolo Pasolini moriva il 2 novembre del 1975, lo vogliamo ricordare con questi due stralci, un'intervista e un brano da lui scritto. Con una sensibilità che solo è propria dei grandi artisti, Pasolini presagiva come la televisione e i mass media si trasformeranno in un sistema fortemente antidemocratico.
giovedì 3 luglio 2008
mercoledì 30 gennaio 2008
giovedì 18 ottobre 2007
DEATH OF A PRESIDENT - La data è giunta
Il 18 Ottobre è la data in cui è ambientato Death of a President, un giorno limite tra il futuro e il passato della finzione di Gabriel Range. Domani sapremo che nessuno ha attentato alla vita di George W. Bush e che il film non è un atto di terrorismo ma una concreta riflessione sulla politica americana.Per l'occasione La7 propone il film in prima serata, alle ore 21.30. Ovviamente ne consiglio la visione a chiunque non abbia ancora avuto modo di vedere il film. Sul sito Hideout potete trovare una mia recensione del film e ne approfitto per riportare di seguito un'intervista al regista Gabriel Range.
Qual era l’obiettivo di Death of a President - Morte di un presidente? Ciò che volevo fare con questo film era offrire un’altra prospettiva su quanto è accaduto negli ultimi cinque anni, e vedere come la Guerra del terrore, e l’invasione dell’Iraq stiano cambiando l’America. Quel che maggiormente mi disturba riguardo quello che sta accadendo oggi è la compiacenza. Accadono cose terribili e nessuno le nota. È mia convinzione che questa compiacenza sia largamente dovuta al modo in cui i media presentano i fatti. Essendo stato anch’io per lungo tempo un giornalista televisivo, so molto bene di cosa parlo. Sono inglese, ma ho passato moltissimo tempo negli Stati Uniti, sia come residente che come giornalista. Ho molti amici qui, molti dei quali hanno dei famigliari che sono stati impegnati o lo sono tuttora in Iraq. Sento di avere un legame molto forte con questo paese. Come ha preso alcune reazioni negative a questo suo film? Ho sempre saputo che sarei stato condannato per l’idea alla base di questo film, ma credo che alle volte il fatto che l’arte sia oltraggiosa, sia non solo accettabile ma necessario. Viviamo in un periodo di grande paura. Quando la gente ha paura, entra nel panico e spesso fa cose di cui poi si pente – ad esempio, l’incarcerazione dei giapponesi – americani durante la seconda Guerra Mondiale. La condanna a priori di questo film da parte di politici e sapientoni che non lo hanno visto – e forse non vedranno mai – riflette il clima di terrore nel quale viviamo oggi, e al quale il mio film cerca di rivolgersi. Qual è stato il suo ritratto di George W. Bush? È molto importante che Bush venga mostrato come un essere umano, amato e rispettato dalle persone che lo circondano. Non può essere solo un simbolo. Ovviamente, il film ha una sua visione politica, ma non è una polemica in stile Michael Moore. Spero che la gente che vedrà il film percepisca il fatto di vedere qualche cosa di relativamente equilibrato, e non apertamente di parte. Perchè presentarlo nella forma di un documentario e non di una fiction? I documentari nascono inevitabilmente in seguito ad un evento di importanza mondiale, e seguono uno stile molto particolare. Possiedono un genere di gravità molto particolare. Penso che sia molto più coinvolgente così, perchè siamo una generazione televisiva. Se avviene un incidente catastrofico, ne facciamo esperienza per mezzo dei media. E fino a quando non lo vediamo sulla Cnn, o sulla Fox, per noi non è del tutto reale. Dev’essere stato complicato il lavoro sulle banche dati di immagini per poter ottenere un buon risultato...
È stato proprio come cercare un ago nel pagliaio. Per ogni singola sequenza del Presidente Bush o di qualunque altro, cercavamo delle cose molto specifiche, e bastava il vestito sbagliato, la cravatta sbagliata per far sì che quello che altrimenti sarebbe stato un pezzo molto promettente di immagini d’archivio, si trasformasse in materiale completamente inutile. Così è stato un percorso lungo e arduo. Vi sono comunque alcuni luoghi in cui l’abbigliamento del Presidente Bush è stato cambiato e il suo viso è stato insertato nella limousine in vari momenti. Dovevamo aggiungere alcuni dei nostri personaggi in alcune delle riprese in cui appariva il Presidente. Ci sono diversi effetti speciali, ma sono molto brevi, cosa che spero li faccia scivolare nel subconscio. |
giovedì 11 ottobre 2007
Ecco il trailer di REDACTED di Brian De Palma
Ecco le ultime novità sul film Redacted di Brian De Palma.Finalmente è on line il sito ufficiale dove è possibile vedere la locandina del film e il trailer (inserito anche qui sotto). Di seguito è possibile vedere uno speciale coming soon, la video recensione di Paolo Mereghetti e un'intervista al regista.
In aggiunta una "voce di corridoio": sembra che il film potrebbe non passare in sala, ma andare direttamente in televisione. Altra news: Brian De Palma potrebbe essere ospite all'università Iulm di Milano nel prossimop futuro. Aggiornamenti non appena possibile!
Ecco il trailer
Il promo del film
La video recensione di Paolo Mereghetti
De Palma parla del film
venerdì 10 agosto 2007
GESU' DI CAPOCOTTA, intervista a Christian Carmosino
Premettendo di non essere ancora riuscito a vedere il film di cui sto parlando, ho avuto modo pero' di conoscere direttamente il regista Christian Carmosino, ad una passata edizione del Festival del Cinema di Pesaro. Trovo sul sito Cgsweb un'intervista proprio sul suo lavoro di falso documentarista e la riporto immediatamente.
A coloro che conoscono la spiaggia di Capocotta sul litorale romano la notizia che Gesù si aggira tra i bagnanti non apparirà strana. Coloro che invece non conoscono questo luogo potrebbero forse pensare che il documentario di Christian Carmosino sia blasfemo. Niente di più falso! "Gesù di Capocotta" indaga spiritosamente la spiritualità di un popolo spogliato degli abiti e pronto a parlare del figlio di Dio e dell'uomo.
Cosa racconta "Gesù di Capocotta" ?
Il film racconta, attraverso le reali testimonianze degli avventori della spiaggia, l’apparizione di Gesù a Capocotta. E’ un documentario umano, un po’ surreale e divertente, sulle credenze della gente. E’ un inno alla fantasia, al bizzarro che si fa reale, è un’indagine moderna sulla spiritualità, in un luogo che verrebbe da dire abbandonato da Dio, e forse per questo abitato da un’incredibile umanità e diversità. I tecnici forse definirebbero questo lavoro un "mockumentary". Infatti il film utilizza il linguaggio del documentario per narrare qualcosa che esiste più nella nostra voglia di credere che non nella realtà.
Perché proprio Capocotta?
Capocotta è un po’ un non-luogo. Si trova sul litorale romano, proprio davanti alla tenuta del Presidente della Repubblica. E’ tuttavia "solo" un pezzo di spiaggia, tradizionalmente legato alla cultura libertaria dei naturisti. In questo senso Gesù è legato a Capocotta come noi lo siamo alle vecchie leggende e miti pagani. Il luogo esiste più in questo suo potere evocativo che nella realtà. Per la cronaca, in questi ultimi anni, Capocotta è diventata meta di pellegrinaggio di molti "tessili" che vorrebbero sentirsi liberi o forse vanno in cerca di storie da raccontare agli amici. E’ un po’ quello che è successo a noi, un gruppo di amanti del cinema che volevano raccontare una storia, senza però tradire (o tentando di non farlo) lo spirito del luogo.
Come è stato realizzato questo lavoro e che tipo di distribuzione sta avendo?
Il film per vari motivi, non ultimo quello economico, è stato realizzato indigitale (MiniDV) ad un costo bassissimo. E’ cioè una "autoproduzione" o forse meglio un "film collettivo". Non ho vergogna di dire la cifra che ho speso: 500 euro. Nonostante questo, anzi, proprio per questo (!) non è stato facile realizzarlo. Una settimana di riprese, tra agosto ed ottobre, quasi clandestine; inizialmente in due (con Gian Lorenzo Masedu) e poi sempre più numerosi, con l’aiuto di molti amici (che oltre a lavorare gratis hanno anche fornito i mezzi tecnici) e con i colleghi e allievi della Scuola Nazionale di Cinema, dove ho lavorato per più di un anno. Dopodichè la lunga odissea per trovare un montatore che avesse il coraggio di mettere mano alle quasi 10 ore di girato. L’audace si chiama Luca Manes, con il quale ho lavorato molto bene. Paradossalmente la dote economica più grande del film è quella della distribuzione, a cura di Artifictio, una collaborazione nata lo scorso anno quando in occasione del Pescara Corto Script ottenni la menzione speciale con una sceneggiatura dal titolo "Il barbiere". Con questo premio, consistente di 1000 euro, oltre alla distribuzione, Artifictio ha provveduto a sottotitolare il film in inglese. Forse proprio grazie a quest’opera di "internazionalizzazione" dell’opera, il film (notizia giuntami da poche ore) è stato selezionato al Santa Barbara Film Festival negli Stati Uniti.
Come è nato il passaggio da critico, organizzatore di festival a regista?
Il passaggio in realtà non è mai nato. Ovvero continuo ad essere (nel tempo libero) sceneggiatore, critico free lance e organizzatore di festival, infatti, dopo 5 anni d collaborazione con il Festival del Cortometraggio di Siena, ora mi trovo a Barcellona a curare la retrospettiva italiana del Festival inCurt. Continuo a fare tutte queste attività spinto prioritariamente dalla passione. La regia è per ora più un gioco, che, però, come tutti i giochi, tento di fare molto seriamente. Con il lavoro invece cerco di essere leggero, di non prendermi troppo sul serio, che è anche l’unico modo per continuare a fantasticare e pensare a nuovi progetti.
Stai lavorando a qualche altro progetto?
Ne ho molti! Tra i tanti, un soggetto per un film scritto da un amico appena tornato dalla Colombia, che vorrei girare proprio qui in Spagna, e un corto, "Il barbiere" sopra menzionato, che avrei voluto girare lo scorso settembre, ma che ancora cerca un produttore. Piccola parentesi: ma esistono i produttori in Italia? Io ancora non ne ho visto mezzo! Questa confusione nel mondo del corto, anzi questa assenza, mette i registi in condizioni ridicole. Si spende più tempo a cercare i soldi e i mezzi che non nell’ideazione e creazione di un’opera. "Gesù di Capocotta" nasce per scommessa, per dimostrare a se stessi che si può realizzare un film (a basso costo) anche senza una vera produzione. Questo si può definire il caso di un autore testardo ed egocentrico (come io sono). Ma quanti sono quelli che rinunciano prima di aver iniziato? In Italia purtroppo fanno film solo i "figli di papà", se non cambia il sistema non credo che i pochi casi di film di successo possano prefigurare la nascita di un nuovo cinema e di nuovi autori.
Altre notizie sul sito Carmosino.com
martedì 10 luglio 2007
THE REAL LIFE GRIFFINS di Seth Mac Farlane
giovedì 14 giugno 2007
OFFSCREEN di Christoffer Boe
"Offscreen", ovvero "L'uomo con la macchina da presa" incontra "Il cameraman e l'assassino": una scarnificazione impietosa dell'apparato filmico che riduce un uomo a filmare se stesso tutti i giorni per tutto il giorno, con il proposito di farne un lungometraggio che parli d'amore e di vita. Questa è l'idea del protagonista, l'attore Nicolas, il quale però non ha idea delle difficoltà del suo progetto. I suoi amici, costretti ad essere ripresi, sono stupiti prima e infastiditi poi. La sua ragazza deve sostenere, oltre alle difficoltà pregresse del rapporto, anche una nuova entità tra lei e il suo uomo. Anche il lavoro in teatro diventa difficoltoso. E allora perché il nostro non desiste e non torna alla sua normale esistenza? La sua hybris gli nasconde l'impossibilità di essere al contempo soggetto e oggetto filmico, la videocamera è potente e non mente mai, conducendolo ben presto sul sentiero dell'autodistruzione. Il danese Christoffer Boe, a Venezia l'anno scorso con "Allegro" pone delle questioni interessanti sulla natura della nuova cinematografia, quella che viene dopo la Tv, i reality show, il digitale e i nuovi self-made movies. L'aspirazione mitica a catalizzare tutto su di sé, ad essere un corpo-cinema autonomo e auto-generante viene messa in crisi al suo eccesso in un perfetto meccanismo, balbettante all'inizio, poi via via più coinvolgente (ma alla prima proiezione di Venezia 63 sono in molti ad abbandonare la sala troppo presto) fino a gettare le premesse del delirio totale, lanciandosi verso un finale in cui il protagonista diventa la sua videocamera. Ma in nessuno dei due poli (Nicolas e il suo occhio meccanico) risiede più alcuna coscienza, e c'è spazio solo per un'orgia sanguinaria.
Grandioso l'attore protagonista, Nicolas Bro, anche direttore della fotografia ma soprattutto pilastro unico di un film triplamente finto nella sua perversa mise en abime.
Da Cinefile.biz
Sul sito Offscreen potete vedere il trailer. Altri articoli su Cinemavvenire, Filmfilm,
Segue una raccolta di dichiarazioni durante la conferenza stampa raccolte da Filmup
di Elisa Giulidori
"Off Screen" è un finto film-documentario, su un attore riprendere la sua vita 24 ore su 24. Un'analisi interessante sul reality e sulle sue implicazioni. Ma anche un nuovo modo di pensare le inquadratura e le luci. Il regista e attori raccontano il loro rapporto con questo progetto che ha occupato un anno della loro vita.
Il suo film è una sanguinosa metafora sul reality, rispecchia la nostra ossessione di avere un doppio che ora si può incontrare attraverso le videocamere. Questo tema del doppio è presente in un autore che lei ama molto, Edgar Allan Poe... Ci può dire cosa ne pensa.
Christoffer Boe: In riferimento a Poe mi viene in mente il racconto in cui c'è il ritratto di una signora e più è perfetto più svanisce. Mi ricorda molto il nostro lavoro, quando ci sembra di arrivare ad un risultato questo sembra svanire. In questo film non volevo solo analizzare il doppio, volevo anche indagare l'utilizzo di nuove tecnologie. La camera digitale ci ha permesso di avere una troupe ridottissima solo due persone me e Nicolas. Volevo esplorare un nuovo tipo di regia, nuove luci…
Quanta parte ha avuto "l'attore", anche nella costruzione del film?
Nicolas Bro: La prima metà l'ho girata a casa mia, seguendo una traccia fornitami da Boe. O meglio all'inizio avevamo varie soggetti, nei primi 4/5 mesi abbiamo definito le tracce, la seconda parte è tutta basata invece su una sceneggiatura di Boe. Comunque io avevo la possibilità di fare ciò che volevo, potevo anche decidere dove posizionare la camera, se mi sembrava più opportuno, non è certo da tutti poter fare queste scelte. Ma io sono un attore e naturalmente ho anche seguito le sue indicazioni del regista. Il risultato è stata una collaborazione di entrambi.
Ma allora la sceneggiatura era aperta, gli attori non sapevano come si sarebbe sviluppata?
Nicolas Bro: Noi avevamo un obbiettivo vago per i primi 6 mesi, non sapevamo dove saremmo andati a parare. Poi la sceneggiatura si è definita.
Come si monta un film del genere, quanto tempo è durato?
Christoffer Boe: Il montaggio ha avuto alla fine tempi tradizionali, 3-4 mesi. Comunque tutti i giorni guardavo le riprese e facevo un primo.
I due attori protagonisti recitavano usando i loro veri nomi. Vi siete dati dei limiti per interpretare i vostri "personaggi"?
Lene Maria Christensen: Non avevamo regole ma solo delle situazioni da riprodurre. Ripetendo molto spesso le scene si riusciva ad ottenere il risultato che Bro aveva in mente. L'uso dei nostri veri nomi invece è stato spiazzante. Ma siamo attori e vivevamo una situazione non reale, noi non siamo sposati.
Nicolas Bro: A volte ci siamo spinti oltre il limite. Infatti in fase di montaggio abbiamo dovuto tagliare certe scene perché lì avevamo passato il limite, c'eravamo troppo immedesimati nel ruolo.
Titolo: Offscreen
Regia: Cristoffer Boer
Sceneggiatura: Christoffer Boe, Knud Romer Jørgense
Fotografia: Nicolas Bro
Interpreti: Nicolas Bro, Lene Maria Christensen, Christoffer Boe, Jakob Cedergren, Trine Dyrholm
Nazionalità: Danimarca, 2006
Durata: 1h. 33'
martedì 29 maggio 2007
Werner Herzog parla di INCIDENT AT LOCH NESS
mercoledì 18 aprile 2007
Intervista a Christopher Guest
Christopher Guest è un artista eclettico. Nato nel programma comico Saturday Night Live ha recitato nel film This is Spinal Tap dell'amico Rob Reiner, nel ruolo di Nigel Tufnel, ha poi scritto e diretto numerosi film, fra questi anche Waiting for Guffman, Besti in Show e A mighty wind, i tre titoli di cui parla in questa intervista. L'esperienza con Reiner ha sicuramente segnato la sua passione per i mockumentary. His movies - This Is Spinal Tap, Waiting for Guffman, Best in Show and, opening Wednesday, A Mighty Wind -- described as mockumentaries.
The 55-year-old multi-hyphenate artist argues that while most of his films are shot in documentary style, they aren't intended to mock anyone or document anything. They're reality-based, not in a network-TV sense, but one that allows the assorted dog shows, heavy metal concerts, community theater productions and folk reunions to serve as backdrops for comic character studies of people obsessed with their work or hobbies. Of course, it's much easier for journalists to label them "mockumentaries" and be done with it.
Movie City News interviewed Guest last month in Los Angeles. A separate interview with co-writer, co-star Eugene Levy follows tomorrow.
MCN: Audiences of a certain age are going to have a blast trying to guess which artists inspired the Main Street Singers, Folksmen and Mitch & Mickey.
CHRISTOPHER GUEST: There were a lot of groups like that in those days ... the Back Porch Majority, the Rooftop Singers, the New Christy Minstrels, maybe a half-dozen groups of a dozen or more people, and they made records that almost all sounded the same. There were tons of trios … the Kingston Trio … Peter, Paul & Mary. Then, there were all the duos … Ian & Sylvia, the Farinas.
MCN: You seem to have a personal relationship with the music, though.
CG: This was the kind of music I played myself, in Greenwich Village, when I was living in New York in the '60s. I played at the Bitter End and in Washington Square, so I didn't have to do a lot of research. We picked these three types of groups, because they represented different kinds of folk music.
MCN: What happened to the lone protest singer … Bob Dylan, Joan Baez, Phil Ochs?
CG: It probably would have added too much baggage, because the undercurrent of their music was so serious. That's not what the story's about. We use folk music as a backdrop for a story about these characters and how they're trying to get back to that life.
We projected that on top of the main thing, which involves the situation with Mitch & Mickey. It's very emotional, and that emotion is what's at the core of the movie. You couldn't lay a heavy civil-rights thing on top of that.
MCN: Mitch & Mickey reminded me of Ian & Sylvia, and the fabled break-up of Bob Dylan and Joan Baez, and how folkies would obsess over their relationships.
CG: There also were Jim & Judy and the Farinas, and on and on. There was always some kind of drama going on around the duos. And, because their songs often were about romance, it only heightened the drama. So, when Eugene and I were writing the story, we put this emotional element at the core of the film.
MCN: There must be something endearing and timeless about the genre. The XM and Sirius satellite radio services even have channels dedicated to folk music.
CG: It's out there. There are young people playing folk music on campuses. Every major city has its own folk scene and folk clubs.
MCN: Within the cultural milieus described in your films, the characters display an almost cult-like obsession with the dog shows, community theater and heavy-metal scenes. It's their world, and almost nothing seems to exists outside of it.
CG: Absolutely.
MCN: But, you're not mocking these people, as some critics seem to think?
CG: No. But I am interested in the notion that people can become so obsessed by their world that they lose sense and awareness of how they appear to other people. They're so earnest about it. But that's true of so many things.
MCN: How do you come up with your ideas?
CG: I don't work with high-concept things that start with a premise, "Wouldn't it be funny if there was this spy who met a ..." For me, it could be, "What about people who sell shoes? That must be a bizarre world ... when they meet at conventions and talk about shoes."
That sort of thing fascinates me. Someone sells urinal cakes on the road. There are these worlds out there and it doesn't matter what it is. They're fascinating.
MCN: The characters are extreme, but also very recognizable.
CG: We populate the stories with people who share certain traits. Invariably, someone will say, "I know that guy." Every world has odd people. After Waiting for Guffman came out, people would come up to me and say, "I know that guy because he was my theater teacher in high school."
But, there are 180,000 people like that out there. It's not about one person. That's human behavior, and it's what I like to watch. I like to sit in the park and watch people.
MCN: I was struck by the smiles on the Bohners (John Michael Higgins and Jane Lynch). They were part of a contemporary New Christy Minstrels-type group, but they could have been part of a cult.
CG: With the Main Street Singers, there's this overlay of "What the hell is going on here? Why are they so happy?" Then, there's their thing about color therapy.
MCN: There's a very fine line between wholesome and creepy. Laurie Bohner, for instance, has no problem admitting that she once starred in porn films.
CG: I've always wondered about those groups, who sing in theme parks. What's really going on there? There's a kind of forced bliss.
So we give you a glimpse of this color religion the Bohners are into. That's the kind of thing we add to the characters.
MCN: Was there much of a learning curve for the actors playing these musicians?
CG: No, they understood immediately. I said, "You know the kind of group where there's this vaguely, almost religious thing … where they're always very up."
Parker Posey's amazing at it. There was a bit more of a back story to her character, but, all we learn about her is that "she was on the street" before joining the Main Street Singers Sometimes, the more you don't say about someone, the better it is.
MCN: I once covered a ventriloquist convention in Las Vegas, and all of your movies remind me of that experience.
CG: I'd kill to do that. I did a little bit of ventriloquism in Best in Show. In fact, I found a journal from my family that went back 200 years, and one of my great, great, great, great ancestors was a ventriloquist, in London in 1802.
It was eerie because I did ventriloquism when I was a kid. I never had any training. The voices just came to me.
MCN: Working with the same group of actors must be helpful.
CG: These are people I trust implicitly. I revere their talents and they're good friends. What could be better than getting to play with your friends, literally.
MCN: I imagine you're able to communicate by shorthand?
CG: They're miles ahead of me. There's not a lot of explaining. Everything's at a pretty high level of communication.
MCN: You have a core of fans that will see anything you make on the first weekend. It takes other people time to discover your movies. There's a delayed response.
CG: With Spinal Tap, we didn't do anything in the theaters, but it's done extremely well over the last 20 years in video. Best in Show has done extremely well in video.
The movies have a way of seeping out there over time. We don't put them in 2,000 theaters. It wouldn't work that way.
MCN: How about the marketing ... posters that remind audiences of your other movies.
CG: It's all up to me. It's simple and to the point.
How else would they know what to look for? There aren't many familiar names.
MCN: Besides collaborating with Eugene Levy on the screenplay, you also put his character through an emotional wringer … sort of a cross between late-Bob Dylan and early-John Denver.
CG: We've been working together for about eight years. We both came up with the same idea for Mitch. Because it played so much against type for Eugene, we both saw it as a challenge ... a stretch.
da MCN: Movie City News
A Mighty Wind clip
Best in Show clip
Waiting for Guffman clip
giovedì 12 aprile 2007
IL SEGRETO DEL SUCCESSO di Massimo Martelli
Uno dei rari casi di mockumentary made-in-italy che hanno visto le sale dei cinema. Nel mondo del cabaret milanese Cico e Bob, due attori alla ricerca del successo, sembra giunto il momento della gloria. Per loro sfortuna però la fama arriva postuma, visto che sono stati dati per morti in un incendio e i mass media non fanno che parlare di loro, tirando fuori libri mai scritti e materiale di repertorio. In realtà sono vivi e vegeti, ma il loro manager li convince a nascondersi in un casolare e godersi l'inatteso successo aspettando il momento opportuno per dire la verità. Ma Cico e Bob non sono fatti per vivere in cattività e come attori hanno bisogno del confronto con il pubblico, così decidono di uscire allo scoperto. Riusciranno a mantenere il successo?Quali sono le bugie e quali, invece, le verità del suo film?
MASSIMO MARTELLI: Cinquanta e cinquanta. Quello che si vede nel film è (quasi) tutto vero, ma spesso è stato romanzato. Molto del nostro vissuto di "gruppo" è stato messo nel film… ma quello che c’è di totalmente vero è la descrizione dell’ambiente dello spettacolo e delle strade che bisogna fare per raggiungere quello che oggi è ritenuto il successo.
PAOLO MARIA VERONICA: E poi basti pensare a ciò che è successo con la triste vicenda di Francesco Nuti: appena ha dato notizia del suo "suicidio", immediatamente il suo nome è ritornato fare notizia e a diventare un evento spettacolare! E la nostra bugia… il nostro fingerci "morti" diventa la nostra colossale bugia per cavalcare l’onda di un successo che tardava ad arrivare. Ma anche nella nostra vita "reale" viviamo un successo un po’ perverso: i nostri personaggi di Padre Buozzi e Marcolino è vero che sono molto conosciuti, ma oramai la gente crede che siano delle persone vere e quando ci togliamo le nostre "maschere" non sanno affatto chi siano questi Malandrino e Veronica!
Qual’ è il successo descritto nel film?
MASSIMO MARTELLI: Quello di questi ultimi anni: l’esserci, l’apparire perché come dice un personaggio del film "se nessuno ti riconosce allora vuol dire che non esisti". Un successo fatto di corpi ma non di anima, dove il saper fare qualcosa non è necessario, dove la ricchezza è una meta o addirittura il vero e proprio fine.
Chi sono realmente Cico e Bob?
MASSIMO MARTELLI: Il gruppo era formato da Cico, Bob, Enzo Iacchetti, Paolantoni, Sarcinelli, Giobbe ed io, che facevo l’autore e regista della congrega. Facevamo trasmissioni sfigate ma nelle quali ci lasciavano fare quello che volevamo, gli unici un po’ famosi erano Cico e Bob, e spesso grazie a loro si riusciva a lavorare. Poi un giorno decisero di lasciare, momentaneamente gli amici e di fare un programma di un noto comico che fu un flop clamoroso, mentre il resto del gruppo esiliò in una piccola televisione (Odeon Tv) e produsse un piccolo programma di culto dal titolo "Sportacus", che ebbe una grande fortuna. E da lì l’inizio o la fine, a secondo del punto di vista: per Cico e Bob una frenata alla loro carriera, per gli altri una veloce accelerazione!
Ma cos’è che non va nel mondo dello spettacolo?
MASSIMO MARTELLI: Non credo che sia giusto che un bel film come Respiro incassi così poco e lo stesso vale per altri film come L’imbalsamatore, Tornando a casa e Tre storie. Non "va" che molti dirigenti televisivi continuino a parlare di prodotto e non di contenuto, e non è giusto che le persone oggi famose siano corpi o categorie specifiche come le veline o le letterine. E non va che in Italia non esistano più i generi cinematografici, e sinceramente credo che non sia colpa di chi fa questo mestiere…
E di chi allora?
MASSIMO MARTELLI: Principalmente credo che sia un problema di comunicazione: non sappiamo vendere i nostri prodotti!
Per Antonio Catania, uno degli attori più richiesti dal cinema italiano, che cosa è il successo?
ANTONIO CATANIA: Mi riconosco molto nella storia raccontata in questo film. E’ vero che lavoro in diversi film e mi fa piacere godere della fiducia di molti miei colleghi e registi… ma anch’io non sono arrivato da nessuna parte! Cerco di fare bene il mio lavoro senza l’aiuto di scorciatoie e quindi ci sto di diritto in questo film!
Quanto della vostra vita e del vostro modo di essere avete messo in questo film?
ROBERTO MALANDRINO: Su precise indicazioni del regista, siamo stati costretti ad essere il più possibile noi stessi!
PAOLO MARIA VERONICA: Naturalmente con leggere esasperazioni ed esagerazioni…
MASSIMO MARTELLI: E questo è stato sicuramente il lavoro più difficile del film: partendo da un presupposto di verità, ho cercato di accentuare i loro caratteri e così ottenere una recitazione la più naturale possibile.
Dopo il primo film Pole Pole con Fabio Fazio e Muzungu con Giobbe Covatta, un altro film con protagonisti diversi comici "televisivi": perché questa scelta?
MASSIMO MARTELLI: Parto dal presupposto che realizzare un film è un impegno molto faticoso e quindi per me è importante circondarmi di persone a cui voglio veramente bene! E poi utilizzo questi comici non nelle loro solite vesti televisive ma come interpreti delle storie che voglio raccontare: solitamente mi piace rischiare e non adagiarmi in "semplici" operazioni commerciali che sinceramente non mi hanno mai interessato!
Ma cos’è per lei il successo?
MASSIMO MARTELLI: Per quanto mi riguarda è riuscire a fare quello che desideri, nel mio caso il cinema!
Cast: Roberto Malandrino, Paolo Maria Veronica, Enzo Iacchetti, Antonio Catania, Nadia Carlomagno
Genere: Commedia
Nazione: Italia
Durata: 82'
lunedì 2 aprile 2007
Fabrizio Grosoli su Werner Herzog
venerdì 16 marzo 2007
Intervista - GABRIEL RANGE PARLA DI DEATH OF A PRESIDENT
Il 19 ottobre di quest’anno George W. Bush sarà ucciso nell’Hotel Sheraton di Chicago, da due proiettili di fucile esplosi da uno sconosciuto, appostato nell’edificio di fronte all’Hotel. E’ questo l’inquietante scenario ipotizzato dall’inglese Gabriel Range, regista, sceneggiatore e produttore del film Death of a president, che uscirà nelle sale italiane il 16 marzo in 40 copie.Thriller
"Il mio non è un documentario, io lo definirei un thriller raccontato con lo stile del documentario", ha precisato Range nel corso della conferenza stampa seguita alla proiezione del film. "Non è un film hollywoodiano e non abbiamo potuto avvalerci delle grandi folle stile Hollywood, abbiamo usato molte immagini di repertorio, mixandole con le scene che abbiamo girato noi. Nel corso di una manifestazione avvenuta nell’anniversario della guerra contro l’Iraq, abbiamo chiesto ai manifestanti di girare per noi. Molti di loro hanno aderito, così abbiamo potuto girare l’importante scena della protesta contro Bush: il risultato è stato lusinghiero".
Il presidente scomodo
Non ritiene che il fatto che Bush sia un presidente scomodo ha reso più facile il progetto del film?
"Credo di sì, il progetto è stato facilitato. Di certo non avrei fatto il film se si fosse trattato di un presidente popolare. E non avrei potuto fare il film se Bush avesse saputo cogliere quel momento di unità nazionale seguito alla tragedia dell’11 settembre. Posso dire che l'assassinio e l'inchiesta sono cornici usate per raccontare cose realmente successe dopo l'11 settembre. Molti dettagli sono stati presi da fatti realmente accaduti negli Stati Uniti. Avrei potuto fare un documentario basandomi su questi fatti, ma la gente si sarebbe annoiata. Ogni volta che si verificava un avvenimento con la responsabilità presunta di arabi, allora l'amministrazione americana lo sfruttava per diffondere la paura nella popolazione. Lo faceva per perseguire i propri fini politici".
Bush ha visto il film?
"Non so se Bush abbia visto il film. Io vorrei vedere il film che parla del mio assassinio, ma non credo che lui l’abbia fatto".
Il presidente è sacro
Il film è uscito in U.S.A.?
"Sì, è uscito in 90 copie a fine ottobre 2006. Ha avuto il maggior successo nelle grandi città quali New York e Los Angeles. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere la sceneggiatura sapevo molto bene che il mercato americano sarebbe stato difficile, perché gli americani hanno una visione sacrale dell’istituzione presidenziale. E’ stato difficile presentare questo film al pubblico americano, ma non ho avuto alcun tipo di problema personale, né di restrizione della libertà. Posso dire, comunque, che un film di questo tipo non potrebbe essere fatto da americani, con finanziamenti americani".
Le critiche di Hillary
Si aspettava le dure critiche dei democratici e quelle personali di Hillay Clinton?
"Hillary Clinton ha detto che il mio film era disgustoso e disprezzabile, ma senza averlo visto. Altri hanno detto che incitava alla violenza, ma prima dell’uscita del film. Devo dire che le reazioni sono cambiate quando la gente ha cominciato a vederlo. Devo sottolineare che non ho niente di personale contro Bush e questo film non è un attacco a Bush. Non approvo quel che ha fatto in politica, ma neanche il suo eventuale assassinio, che non è comunque il punto cruciale del film. Se pensiamo in prospettiva, allora l'avvento di Cheney costituirebbe un male peggiore dell’attuale…"
In Europa
Come è stato accolto il film in Europa?
"Il pubblico non americano riesce a vedere questo film con maggiore distacco. In Irlanda e in Inghilterra hanno anche riso ai discorsi della segretaria personale di Bush, hanno saputo cogliere l’ironia nell’estrema serietà del personaggio. Ho visto il film anche con il pubblico arabo. E’ stato scritto che gli arabi hanno esultato alla scena dell’assassinio. Niente di più falso, io c’ero e posso assicurare che nessuno ha esultato".
Che cosa pensa che farà Bush il 19 ottobre di quest’anno?
"Non so che cosa farà, ma sicuramente non andrà a Chicago…"
Pubblicato su Repubblica
martedì 30 gennaio 2007
Intervista - IL MONDO CANE DI JACOPETTI
Il film inizia con queste parole:
Tutte le scene che vedete in questo film
sono vere e sempre riprese dal vero.
Se spesso saranno scene amare
è perché molte cose sono amare
su questa terra.
D’altronde il dovere del cronista
non è quello di addolcire la verità
ma di riferirla obbiettivamente
In occasione di una delle rare uscite pubbliche di Gualtiero Jacopetti sono riuscito ad avere una sua dichiarazione a proposito delle evidenti mistificazioni presenti nei suoi documentari.
La verità è questa: l’attualità accade in un istante. Il dovere di un cronista è quello di essere sul posto, registrare quello che è possibile registrare. Ma quando voglio raccontare qualcosa al pubblico, sono un giornalista che usa milioni di fotografie di pellicola, a cui aggiungo il commento parlato. Ora per raccontare la storia al pubblico, le cose con non si è potuto cogliere in quel momento dell’attualità, ma anche perché il montaggio ha le sue esigenze, le sequenze hanno bisogno di collegamenti quindi si devono rifare determinati attacchi. Se deve tornare sulla zona dell’avvenimento e girare esattamente quei dettagli con le stesse persone, nello stesso ambiente che si è visto nell’attualità, cercando di ottenerlo, perché spesso non è facile.[...] Non c’è nessuna truffa. Noi siamo sempre stati presenti a quello che è accaduto, abbiamo cercato di farlo nella maniera più spericolata a volte, poi abbiamo sentito il dovere di perfezionarlo per farne uno spettacolo. Questo [Mondo Cane] è un documentario, era la prima volta che un documentario girava tutto il mondo, ottenendo il successo di un film di fiction. Bisognava quindi raccontarlo secondo i canoni del cinematografo, cioè dello spettacolo.[1]
La serie Mondo Movie rappresenta infatti una evidente deformazione dello spirito che aveva spinto Flaherty far mettere in scena a Nanook alcuni momenti della propria vita quotidiana. La fiction non è più utilizzata per aumentare l’impressione di realtà fornita alla pellicola, semmai il suo scopo è di spettacolarizzare la realtà, vera o presunta, che starebbe alla base delle immagini filmate, in un meccanismo morboso che, nonostante il successo ottenuto, risulta disturbante ancora oggi.
Il trailer
[1] Dichiarazione di Gualtiero Jacopetti raccolta dall’autore in occasione della proiezione pubblica di Mondo Cane tenuta a Spazio Oberdan Cineteca Italiana, Milano, il giorno 28 Gennaio 2004.
martedì 16 gennaio 2007
Trailer - BROTHERS OF THE HEAD

Vincitore dei festival internazionali di Edimburgo e di Boston, Brothers of the Head è il nuovo film di Keith Fulton e Louis Pepe (i registi di Lost in La Mancha) scritto da Tony Grisoni, già autore della sceneggiatura di Fear and Loathing in Las Vegas), il film narra della paradossale odissea di due fratelli siamesi, Tom e Barry Howe, che sarebbero emersi negli anni 1970 con una band musicale di successo. I fan, amori impossibili, rivalità artistiche e un profondo senso di diversità covato nel rancore sono il contraltare alla capacità dei due gemelli di ironizzare sulla loro essenza di freak per sfondare nel mondo del punk. Il film di Fulton e Pepe si propone come una cavalcata nel mondo underground degli anni 70, a cavallo tra distruzione e bellezza. Nessuna notizia per l'uscita in Italia, è disponibile in DVD inglese sul sito Tartan Video.
Ecco un'intervista ai due registi:
Anno: 2005
Regia: Keith Fulton, Louis Pepe
Sceneggiatura: Tony Grisoni (da un romanzo di Brian Aldiss)
Produzione: FilmFour
Direttore della fotografia: Anthony Dod Mantle
Montaggio: Nicolas Gaster
Cast: Harry Treadaway, Luke Treadaway, Bryan Dick
Durata: 93’
Nazione: USA
