Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post

martedì 21 aprile 2009

SBIRRI - Tra documentario e fiction

Matteo Gatti è un reporter d’assalto a cui da poco è morto il figlio adolescente a causa di una pastiglia di ecstasy. In bilico tra la fuga dalla realtà domestica e la necessità di trovare delle risposte al suo dramma, Matteo parte alla volta di Milano per un servizio sulle nuove droghe che imperversano tra i giovani italiani. Grazie a un accordo con la questura di Milano, la telecamera di Matteo segue a stretto contatto una pattuglia antidroga della Squadra Mobile, scendendo per le strade del capoluogo milanese alla caccia di chi immette nel mercato gli stupefacenti. Un’esperienza estrema per Matteo ma che lo aiuterà a capire i suoi errori di uomo e di padre.

Sbirri è una curiosa commistione tra un film di fiction e un documentario in cui entrambe le due categorie tendono a fondersi e confondersi. Lo spunto per questo film è nato dal documentario Cocaina, mandato in onda sa Rai 3, in cui il regista Roberto Burchielli (seguendo un pò lo stile dei reality americani come Cops) scendeva in strada con i poliziotti in borghese della Squadra Antidroga di Milano nel (vano) tentativo di combattere lo spaccio tra i giovani. Raoul Bova, tra un film di Moccia e un Alien a Hollywood, si è appassionato al progetto e ha accettato di farne parte realizzando una versione cinematografica interpretando il ruolo di un giornalista d’assalto che decide di combattere i suoi fantasmi scendendo per le strade armato della sua telecamera.

Nel film di Burchielli, c’è una profonda volontà di mettere in scena quello che accade realmente, tutti i giorni, per le strade di Milano (come in quelle di molte altre città). Giovani che si rovinano la vita per lo sballo di una notte, sbandati che cercano un guadagno facile spacciando pasticche e dosi per un trip. L’inconsapevolezza è il peggiore dei mali, l’assurda distanza che può separare un adolescente dalla propria famiglia nonostante si viva tutti sotto lo stesso tetto. Così accade a Matteo Gatti, caduto in disgrazia quando il figlio in gita a Milano muore a causa di una pasticca di ecstasy. Il mondo gli crolla addosso. La sua scelta di buttarsi nel lavoro è una forma di fuga dalla realtà per scoprirne una ancora più drammatica. La storia di un genitore raccontata attraverso la fiction che diventa la storia di tutti quei genitori che vivono nell’inconsapevolezza, nell’incomunicabilità e nella completa non conoscenza di quei giovani individui a cui hanno donato la vita e che rischiano di perderla in modo così stupido.

Il messaggio contro la droga appare deciso e immediato, ma sono le parole di Angelo (l’uomo a capo della Squadra Mobile) a colpire maggiormente. Nel momento drammatico di un arresto, Angelo si rapporta con i giovani spacciatori come una figura paterna non accettando le futili giustificazioni addotte. Angelo vive la guerra contro la droga giorno e notte per 1300 euro al mese, il suo non è un lavoro ma una missione che purtroppo non potrà mai essere conclusa definitivamente, ma in questo modo Angelo sa di fare qualcosa di buono per una generazione che rischia di perdersi definitivamente.

Sbirri è un connubio di tecnologie diverse, riprese fatte con telecamere nascoste, con teleobiettivi capaci di filmare una persona da oltre due chilometri di distanza ma che ha richiesto estenuanti appostamenti e un forte autocontrollo di Bova che ha vissuto con la Squadra Mobile per quasi un mese. Oltre 170 le ore di girato che sono state montate con un lavoro complesso ma che ha dato vita a un film coinvolgente ma vero come un documentario. Peccato solo aver esasperato i toni con musiche eccessive e ralenti che appesantiscono la prima parte.



Da Cineblog.it

venerdì 29 agosto 2008

MAN OF THE YEAR di Dirk Shafner

Sono finalmente venuto in possesso di una copia di Man of the Year, il delizioso mockumentary di Dirk Shafer che racconta la vicenda di un modello omosessuale trasformato, suo malgrado, nell'uomo dell'anno di una rivista per sole donne. Ennesimo titolo ascrivibile alla categoria Queer, abbastanza comune nel falso documentario, e piccolo cult nei paesi anglofoni. Anni fa questo titolo faceva parte del catalogo Vhs della Emik, ma ora pare irrecuperabile. Segue una recensione dal sito del NYTimes.

Heaven forbid that the centerfold models and beauty contestants who inflame our erotic fantasies turn out not to be who we imagine they are. If they are in fact impostors, what's left to believe in?

"Man of the Year," Dirk Shafer's mock documentary film about his adventures as a model for Playgirl magazine, gleefully sabotages the notion that sex objects are sacred objects. Displaying one's body for profit is, after all, a mild form of prostitution, and the most successful whores have always been those most adept at playacting.
Mr. Shafer, a clean-cut, all-American type from Oklahoma with show business aspirations, let a friend submit his physique photos to Playgirl magazine as a lark and ended up being chosen the publication's 1992 Man of the Year. Suddenly, Mr. Shafer, who is gay, found himself portrayed on the television talk-show circuit as the hunky heterosexual dreamboat of every woman's fantasies. Articulate, witty and flirtatious, he played the role extremely well.
"Man of the Year," which Mr. Shafer wrote, directed and starred in, is a gently satirical remembrance of a charade that ended when a producer for one show confronted him with his deception and kept him off the program. In blending actual videoclips of his appearances on television with Jenny Jones, Phil Donahue and Joan Rivers with comic re-enactments of Mr. Shafer carrying out his man-of-the-year duties, the movie sustains a tone of vertiginous loopiness.
The heart of the movie is a series of interviews, with actors playing everyone from Mr. Shafer's parents (Cal Bartlett and Claudette Sutherland) to the editor of Playgirl (Beth Broderick) to Angela (Mary Stein), a woman from Reno, Nev., who goes on a magazine-sponsored dream date with him. Their night on the town gets off to a less-than-promising start in Mr. Shafer's hotel room, where she discovers his boyfriend, Mike (Michael Ornstein), hiding in the shower. (She is too polite to ask questions.) The lover, understandably, is not amused by the public persona foisted on him -- "Dirk's roommate."
Playing herself in the movie is Mr. Shafer's best friend, Vivian Paxton, who went on television with him pretending to be his girlfriend. The clips make it clear that Ms. Paxton's impersonation was crucial in Mr. Shafer's being able to carry off his act. Also appearing is Thom Collins, a one-time Playgirl hunk who went on to have a career as a drag performer, billed as "L.A.'s hottest trans-dancer."

The bogus documentary interviews seem intentionally unspontaneous and overacted. The most colorful character is a Southern stripper named Lady La Flame (Rhonda Dotson) who proclaims herself Dirk's biggest fan, blitzes his 1-900 telephone number with calls and ends up stalking his house in Los Angeles. She is far from pleased when someone in the documentary film crew informs her of Dirk's true sexual orientation.
"Man of the Year" conveys two messages, one frothy, the other sad. As it follows Dirk to an elaborate photo shoot, it demonstrates that centerfold perfection has everything to do with lighting and makeup. From a nice-looking man with a buffed body, Mr. Shafer is transformed into a glowering golden god. This surly deity bears only a distant resemblance to the real person, who is admittedly insecure about his physical attractiveness.
On a deeper level, "Man of the Year" treats Mr. Shafer's modeling experience as a metaphor for the way society pressures gay people to act straight. After watching Mr. Shafer wriggle uncomfortably inside the role he has agreed to play, it comes as a relief when he finally abandons it.


Regia e sceneggiatura Dirk Shafer;
Fotografia Stephen Timberlake;
Montaggio Barry Silver e Ken Solomon;
Musica Peitor Angell;
Con Dirk Shafer (himself), Vivian Paxton (herself), Michael Ornstein (Mike), Mary Stein (Angela), Cal Bartlett (Ken), Claudette Sutherland (Tammy), Thom Collins (himself), Rhonda Dotson (Lady La Flame) and Beth Broderick (Kelly).
Durata: 85 minutes.

venerdì 25 luglio 2008

LIBRI - Jusep Torres Campalans di Max Aub

Lo scrittore spagnolo Max Aub pubblico la biografia di un pittore mai esistito, Jusep Torres Campalans, che però più che un ritratto immaginario di un artista e di un'epoca è stata letta come una beffa. Uno scherzo ben riuscito, vi che in molti si sono ricordati di aver conosciuto questo pittore.

Ecco una recensione trovata IBS:
La pubblicazione quasi contemporanea del libro di Max Aub su Bunuel e di questa certo più chiassosa e bizzarra monografia su un pittore del tutto inventato dalla fantasia di Max Aub, rischia - me ne rendo conto - di oscurare un po' o almeno di lasciare in ombra il primo e di attrarre tutta la curiosità dei lettori sulla seconda. È successo con i giornali quotidiani che su quel " falso letterario " si sono ora gettati con piccolo ma vistoso fragore. Invece, a mio modesto avviso, penso che se forse (o senza forse) le conversazioni con Bunuel sono tra le due l'opera più importante, i due libri si scambino in ogni caso illuminazioni e "sapori" l'un l'altro. Inoltre, questo "Jusep Torres Campalans", opportunamente ristampato da Sellerio, era già uscito in Italia nel 1963 presso le edizioni Mondadori nei "Quaderni della Medusa", collana diretta da Elio Vittorini, e non aveva però suscitato quell'interesse che la sua eccezionalità in molti sensi meritava.

E se ora tale interesse l'ha suscitato, si deve soprattutto all'atmosfera più ricettiva tanto nel campo degli ingegnosi falsi in arte quanto della "bella " menzogna in letteratura, su cui Ripellino, Manganelli e Lavagetto hanno tra noi discettato in questi anni. I due libri, dicevo, si completano. Non solo perché, sono entrambi, in fondo, due libri sull'avanguardia dei primi tre lustri del secolo, ma anche perché, l'infinità di dati che Aub esibisce nel "Campalans" appartengono anche al libro su Bunuel e in parte lo completano. Ma poi, se ho detto che Bunuel e Aub si assomigliano (anarchici, surrealisti, autori dell'assurdo, con gusto della contraffazione e del gioco, ecc.), questo è vero anche per Bunuel e Campalans, e quasi per le stesse ragioni, compresa una certa voglia sottile del paradosso e della dissacrazione. E se Bunuel, nell'opera che lo riguarda, conversando con Aub, si riferisce al libro "Delitti esemplari" del suo amico (anch'esso pubblicato da Sellerio, ma prima ospitato in parte nella rivista "Il Caffè" di Vicari, tanto amata da Calvino e da Sciascia), questo significa che anche Bunuel avrebbe potuto scrivere qualcosa del genere; e così Campalans. In quel libro, infatti, sono elencati o raccontati in breve, quasi come notizie di cronaca, un buon numero di omicidi ingegnosi con la relativa motivazione; per esempio: "Lo uccisi in sogno, poi non potei far altro che sopprimerlo sul serio. Inevitabilmente".

Ma come è fatto poi il "Jusep Torres Campalans" di cui sto parlando? L'ho già definito la monografia di un pittore immaginario, coetaneo di Picasso. Così, per rendere più vera la sua monografia inventata, Aub la fornì di ogni ingrediente necessario: una biografia del pittore, un opportuno inquadramento storico, due interviste in un paesino sperduto del Messico, dove Campalans si era rifugiato rinunciando alla pittura e a Parigi, e il catalogo completo delle sue opere (che non appare n‚ nella prima edizione mondadoriana, n‚ in questa di Sellerio). Ma l'invenzione fu preparata da Aub attraverso una vera mostra di dipinti, a Città del Messico e a New York, e solo fu dichiarata tale, cioè cosa inventata, comprese le riproduzioni di quadri, quando l'editore francese Gallimard volle saperne di più su quel pittore, del quale lo scrittore spagnolo aveva fornito tante notizie ghiotte.

La presentazione editoriale (Sellerio) avverte che un chiaro sintomo di tutta questa sagace invenzione si può scoprire in uno dei distici che, tra uno di Gracian e uno di Ortega y Gasset, apre il libro: "Come può esistere verità senza menzogna?", attribuita ad un imprecisato autore del Settecento spagnolo. Eppure Aub si sarebbe potuto ispirare tranquillamente a un detto di Cervantes: "la menzogna è tanto migliore quanto più sembra veritiera".
Per l'edizione spagnola del libro, pubblicata purtroppo dopo che Aub era morto (1973), lo scrittore aveva persino aggiunto altri disegni, aveva trovato le foto dei due genitori di Campalans (due belle facce di contadini catalani), e un fotomontaggio dove si vedono fianco a fianco Picasso e Campalans...
Finisco con alcuni dati sulle altre traduzioni italiane di Aub, anche se la notizia biobibliografica qui acclusa dà un'idea completa della vita e delle opere dello scrittore spagnolo. Due libretti della collana teatrale einaudiana sono suoi (e da me tradotti): uno di tre atti unici, intitolato "L'impareggiabile malfidato", e proprio quello che dà il titolo a tutti e tre è stato messo in scena a Roma, presenti l'autore e Rafael Alberti; e un altro in tre atti, "San Juan*, che tratta di una nave carica di profughi ebrei, che, durante la seconda guerra mondiale, non trova un porto che la voglia accogliere. Infine, di Aub si può leggere (non so se ancora in catalogo) una "Storia della letteratura spagnola" (anch'essa da me tradotta e presentata), pubblicata dalla casa editrice Laterza: una felice e acuta e spregiudicata sintesi di quella letteratura. E in più i tre libri editi dalla Sellerio, qui recensiti o ricordati.

venerdì 11 luglio 2008

BEHIND THE MASK - THE RISE OF LESLIE VERNON di Scott Glosserman



Riporto integralmente la recensione apparsa su CinemaHorror.it


Glen Echo è la classica piccola cittadina statunitense che ha però qualcosa che la rende peculiare: anni fa, una folla inferocita scagliò un bambino reputato malvagio giù da una cascata. Ora quel bambino, sopravvissuto in qualche modo, è cresciuto ed è tornato a vivere nelle vicinanze, pronto a reclamare una spietata vendetta contro i cittadini di Glen Echo.Una troupe cinematografica specializzata in documentari su famosi killer si mette in contatto con Leslie Vernon e lo segue durante i preparativi del suo "debutto", allestendo un documentario sulla genesi dei killer. Arriva la sera fatale, tutto è pronto ma i membri della troupe…


Behind the mask è il film che l’intera comunità horror attendeva da almeno un quarto di secolo, una pellicola necessaria, in grado di mischiare riflessioni sul genere a puro divertimento a momenti di tensione rimanendo in qualche modo sempre in stupendo e spiazzante equilibrio, senza una singola caduta di tono. I riferimenti primari su cui poggia la sceneggiatura di Scott Glosserman e David Stieve sono evidenti, da il basilare Il cameraman e l’assassino a Scream, passando per Blair witch project, ma regista e scrittore riescono a compiere il rarissimo miracolo di mischiare sia i livelli narrativi che i contenuti in modo da destabilizzare di continuo lo spettatore in un gioco a incastri su quel che è reale e quel che dovrebbe essere finzione cinematografica.

Behind the mask parte come un documentario (o meglio, un mockumentary) ma già dai primissimi minuti iniziano i “problemi”: la forma è quella tipica dei documentari ma la giornalista percorre allegramente i paraggi di Crystal Lake e le vie di Haddonfield ricordando le gesta criminose che hanno terrorizzato le rispettive comunità come se fossero veramente accadute.Quando poi si transita per “Elm Street” e vediamo un Kane Hodder reagire con fastidio alle domande e rientrare in casa (con tanto di numero civico) capiamo chiaramente di trovarci di fronte a qualcosa di strano.Enter Leslie Vernon, aspirante spree killer interpretato con i giusti ammiccamenti da parte di un ottimo Nathael Baesel (visto in alcuni episodi di Invasion) e ci si capisce ancor meno: la troupe ne accetta il ruolo senza tanto questionare (anche se potrebbe essere un impostore) e comincia a seguirne i preparativi ma lo stile camera-in-spalla alle volte passa brutalmente a quello filmico con tanto di fotografia e recitazione diverse, specie quando, dopo l’identificazione del target, arriva anche la classica nemesi del serial killer, lo psichiatra ossessionato da Leslie, interpretato dal divertito prezzemolino Robert Englund. Si continua quindi a entrare e uscire dai due regimi narrativi e contenutistici, con alcuni momenti assai validi quali la visita al vecchio amico di Leslie, un serial killer "in pensione", sposato all’unica vittima che è riuscita a scappargli: un allegro vecchietto che si lamenta dei vari Freddy e Jason dicendo che al suo tempo dovevi colpire bene la prima volta perché non c’erano sequel e che regala preziosi consigli su come tentare di sopravvivere se inseguiti da un novello Michael Myers (don’t hide, we’ll find you; don’t fight back, we will kill you; just run straight ‘till the break of dawn o qualcosa di molto simile).È in questa fase centrale, molto dialogata, che arrivano riflessioni sparse sulla natura e simbolismi presenti negli slasher.In questo caso si spazia dalle cose più ovvie (gli stereotipi delle varie vittime e la sequenza di massima delle uccisioni) a contenuti insieme più interessanti e divertenti (lo sgabuzzino come utero dal quale in seguito l’eroina rinasce, arrabbiata e vendicativa, il fatto che nessuno scappi mai dalle finestre del piano terra mentre si è sempre pronti a lanciarsi da quelle del secondo piano, ecc ecc), mentre il mockumentary procede verso gli ultimi 30 minuti che diventano film tout court in grado di capitalizzare cinicamente proprio sugli stereotipi elencati in precedenza (quello sull’eroina vergine porta alla migliore gag del film) senza però scadere in un tono esclusivamente comico e regalando anche qualche brivido assortito e alcune scene in grado di inquietare.Alla fortuna di uno script efficace e di un regista dalle idee chiare si accoppia quella di incappare in due attori quanto mai azzeccati per i ruoli: Nathael Baesel ha la tipica follia/malvagità sopra le righe e sinistra adatta al personaggio, con continui scoppi di ilarità, pazzia e senso di predestinazione mentre Angela Goethals (24 e CSI) regge ottimamente il ruolo, che è quasi sempre di confronto con Leslie, grazie a una bocca particolarmente espressiva e un certa caparbietà di fondo.Nella media i dati tecnici con menzione di merito per certo uso del sonoro e la fotografia di Jaron Presant che supporta con buona mano i passaggi da documentario a film e viceversa. Fenomenale la scelta della canzone (il cui titolo non rivelerò) dei titoli di coda.Il film ha raccolto premi e consensi in festival di rilievo come Sitges e Fant-Asia ma ha resistito solo una settimana nelle sale statunitensi, un circo troppo competitivo per pellicole indipendenti di questo tipo.Ne attendiamo distribuzione italiana, magari da accoppiare a quella di Going to pieces per una panoramica completa sul cinema slasher.



Interessante anche la recensione su Exxagon.
Sito ufficiale: Behindthemaskthemovie.com



martedì 5 febbraio 2008

CLOVERFIELD, la recensione

Un gruppo amici sta organizzando una sorpresa per Robert, giusto prima della sua partenza per il Giappone. La festa però viene però interrotta da quella che pare una scossa di terremoto. Quello che i ragazzi corrono a vedere dal tetto del loro palazzo è invece assai più spaventoso. Manhattan non sarà più quella di prima.

Il film inizia diretto, senza alcun titolo di testa. Barre di colore, fischio a mille hz e un secco cartello in cui si dichiara che il video che segue è proprietà degli Stati Uniti d’America ed è stato acquisito come prova nel luogo una volta noto come Central Park. Comincia quindi una lunga ripresa, eseguita con una videocamera amatoriale, delle ultime ore di New York, di quella Lower Manhattan che era già stata duramente colpita al suo cuore economico, le Twin Towers, e che faticosamente si era rimessa in piedi, a testa alta. Questa volta però i terroristi non hanno alcun ruolo nella distruzione della Grande Mela: il responsabile è un enorme essere dall’aspetto mostruoso di cui nulla si conosce al di fuori della furia distruttiva. Sarebbe molto semplice liquidare Cloverfield come una boiata, girata come un Super8, accusandolo di non dare poi spiegazione alcuna sulla genesi del mostro, e nemmeno della sua fine. Basterebbe ancorarsi a un’idea di cinema fossilizzata sugli schemi classici, sull’idea tradizionale che si insegna a proposito del montaggio e di tutte le convenzioni che il linguaggio cinematografico porta nella sua ontologia. Si tratterebbe di un errore, un ulteriore passo sul viale del tramonto seguendo la via tracciata da chi sostenne che con l’avvento del sonoro il cinema fosse morto.

Bisogna pur ammettere che non ci troviamo di fronte a una rivoluzione copernicana dell’universo cinematografico, e neppure a un film che lascerà il segno nella storia del Cinema per il suo contributo tecnico o narrativo. Cloverfield è un monster-movie di serie B nato dall’inventiva di J.J. Abrams che, stupefatto dalla visione del film coreano The Host (Gwoemul, Joon-ho Bong, 2006) ha ideato una declinazione di Godzilla (id., Roland Emmerich, 1998) in chiave The Blair Witch Project (id., Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez, 1998), di cui ha ricalcato sia la scarna forma cinematografica che la folle e massiccia campagna di marketing virale che ha scatenato in rete una mania di proporzioni inedite. Abrams ha certamente capito che il cinema non inizia più nel momento in cui il buio scende in sala, ma che il cyber-spazio può diventare parte integrante di un’esperienza globale, multimediale e autoespansiva grazie alla forza dirompente di blog e user generated content. Cercare di leggere un film come Cloverfield solo per la sua fruizione in sala impedisce così di valutarne il fenomeno nella sua interezza, considerando una parte invece che il tutto e quindi distorcendone l’interpretazione. Il Mostro è un essere deforme da mettere in esibizione alla fiera delle atrocità.

J.J. Abrams ha voluto così presentarlo in una prospettiva mai vista, infondendo al tempo stesso nella pellicola una profusione di effetti speciale di grande impatto perché fortemente realistici, quasi come fossero accaduti realmente. Il segreto di Cloverfield può essere colto dallo spettatore che, come un bambino, accetta l’invito a giocare a qualcosa di analogo al “se fossi”, sospendendo la propria credulità e accettando che quel video possa essere una registrazione di una porzione di un mondo possibile. Solo allora non interessa avere la spiegazione finale che motivi la nascita del mostro o riveli cosa accade a Manhattan nelle ore successive. E dopottutto uscire dal cinema con il mal di stomaco, di tanto in tanto, è anche salutare e divertente.

Regia: Matt Reeves
Sceneggiatura: Drew Goddard
Fotografia: Michael Bonvillain
Montaggio: Kevin Stitt
Interpreti principali: Blake Lively, Mike Vogel, Lizzy Caplan, Jessica Lucas, Michael Stahl-David, Odette Yustman, T.J. Miller
Produzione: Bad Robot, Paramount Pictures
Distribuzione: Uip
Origine : Usa, 2007
Durata:85'

Pubblicato su Hideout.it

giovedì 18 ottobre 2007

SURF'S UP - La recensione

Cody è un pinguino surfista che sogna di emulare le gesta di Big Z, il pioniere dei surf tra i pennuti. L’occasione è il Big Z memorial, una gara fra i migliori atleti al mondo. L’allenamento alla gara riserverà al piccolo Cody una grande sorpresa. Il tutto viene seguito da una troupe di filmmaker che stanno realizzando un documentario sulla grande sfida! I film d’animazione, in particolar modo quelli realizzati con la computer graphic, nascondono dietro i continui progressi tecnologici un’anima reazionaria, restia a provare nuove forme. Le majors sono consapevoli che la capacità affabulatoria della favola narrata trascende la novità tanto al cinema quanto davanti al focolare domestico. Non è un caso che spesso le formule si ripetano costanti, quasi a plagio dei predecessori. La narrativa fondamentale alla base dell’intero filone di produzione americana si riduce a pochi modelli che potrebbero risalire alle teorie di Propp dove ogni tassello della storia rappresenta un elemento fondamentale. Appare così ovvio che come un bambino ama sentirsi raccontare sempre la stessa storia, le major preferiscono investire in film che poco si discostano dal mainstream ma che garantiscono quel margine di certezza al box office.
Surf’up ha invece il merito innegabile di sperimentare una forma nuova, soprattutto per il mondo dei cartoon, del mockumentary (il falso documentario), strada battuta solo in casi sporadici, per esempio, con le puntate Behind the Laughter e Springfield Up dei Simpson di Matt Groenig. Così la storia di Cody Maverick e del suo sogno di vincere il Big Z Memorial, la più importante competizione di surf per pinguini e altri pennuti, viene raccontata attraverso gli obiettivi di un’ipotetica troupe di documentaristi che vogliono realizzare un documentario sull’evento. Interviste, spezzoni di programmi televisivi, riprese che simulano una camera a spalla, sguardi in macchina, il registro utilizzato riporta continuamente lo spettatore di fronte al linguaggio del documentario, sebbene in molte occasioni sia evidente che il gioco non possa reggere fino in fondo e si azzardano riprese evidentemente finzionali.
Surf’s up non pretende di passare per un documentario, ma gioca sul registro della presunta serietà del genere, compiendo la scelta coraggiosa di osare una nuova forma di racconto. Il mix pare riuscito, il mondo del surf ha sempre affascinato quello del cinema e grazie a un’alta qualità dei rendering 3D le scene sulle onde paiono assolutamente spettacolari. Contemporaneamente funziona anche il gioco narrativo, ricco di spunti e di idee originali e, in pieno spirito disneyano, di personaggi secondari esilaranti e ben caratterizzati (su tutti il pollo hippy Chicken Joe).
Sebbene l’accoppiata Disney-Pixar rimanga sempre un passo avanti rispetto alle concorrenti del mondo dell’animazione, il film di Ash Brannon e Chris Buck si rivela una gradita sorpresa in un panorama che aveva offerto poche idee realmente nuove, anche a rischio di perdere parte del botteghino.

martedì 18 settembre 2007

Recensione - Le ragioni dell'aragosta di Sabina Guzzanti

I pescatori di aragoste di Su Pallusu, in Sardegna, sono in crisi. Il governo non sostiene la loro attività e rischiano di non poter più avere niente da pescare. Cosa fare? Chiedono a Sabina Guzzanti di aiutarli dando loro visibilità tramite uno spettacolo comico. Lei risponde all'appello coinvolgendo la vecchia banda di Avanzi: Cinzia Leone, Francesca Reggiani, Antonello Fassari, Stefano Masciarelli e soprattutto Pier Francesco Loche. Ma che senso ha lottare per le aragoste? Possono i comici fare quello che dovrebbe fare la politica? E cosa c'entra la Fiat?

Alzi la mano chi restava a casa il venerdì sera a guardare Avanzi. Ecco, questo è il film per voi. Tutti gli altri, prego, si accomodino. Ecco qual'è il difetto dell'ultimo film di Sabina Guzzanti: non è un film per tutti.
Non si tratta nemmeno di un film solo per i vecchi fan dell'irripetibile trasmissione comica che su RaiTre spopolava negli anni pre e durante tangentopoli. Le ragioni dell'aragosta è invece una riflessione allo specchio sul ruolo del comico, allora e oggi, sul cambiamento della politica, sugli stravolgimenti dei ruoli istituzionali e, soprattutto, sulla perdita di significato del concetto di cominità, dello stare insieme.
Difficile però cogliere questi temi se non si parte dalle stesse basi comuni di Sabina e dei suoi amici ritrovati. Se non si sono vissuti quegli anni, se non si è amata quella trasmissione è praticamente impossibile partecipare alla carica emotiva del film. Un problema già emerso con Viva Zapatero! (id., 2006), film nato da comprensibili esigenze, ma non del tutto riuscito proprio per la mancanza di un'approfondimento distaccato sulle ragioni di fondo che avevano spinto Sabina Guzzanti a realizzarlo. Come a dire: "non sto qui a spiegarvi il perchè sono arrabbiata. Il perchè è ovvio e se non lo capite allora siete stati lobotomizzati dal sistema e quindi è inutile".

Le ragioni dell'aragosta è decisamente un passo avanti, ma qui viene dato per scontato che Avanzi era un faro nella notte, un momento di gioia e di sollievo. In pratica se avete nostalgia di Pier Francesco Loche allora tutto fila per il verso giusto. Il percorso di nostalgia per i "bei tempi andati" legati da una parte dall'esperienza reale del pescatore ex sindacalista Gianni Usai e dall'altra per i buffoni alla corte di RaiTre funziona, appunto, ma solo se quella nostalgia la si prova davvero. Solo se rivedere il clown Cipollone lo sketch di Moana che fa educazione sessuale a Loche è emozionante. Poco importa scoprire alla fine che è tutto finto. Anzi, l'inesistenza dello spettacolo a favore delle arogoste di Su Pallusu rende l'operazione anche più coerente. Le inquadrature e le situazioni presentate infatti fanno intuire che si tratti di una messa in scena e se non si fosse trattato di un falso documentario, il film avrebbe lasciato nello spettatore un'indecifrabile sensazione di falsità. Paradossale come la falsità renda invece tutto più reale. Merito anche degli attori coinvolti che hanno lavorato su situazioni date (Sabina Guzzanti ha scritto una sceneggiatura, ma senza condividerla con il cast), improvvisando i propri dialoghi mettendo in gioco la propria esperienza reale. Un plauso soprattutto a Cinzia Leone che ha scelto personalmente, contro la volontà di Sabina, di raccontare le sue paure di attrice e di donna dopo l'ictus che la colpì oltre dieci anni fa, nel momento forse più toccante del film, ma anche il più morboso. Quella scena è attaccabile, ma solo se non si prova affetto per Cinzia Leone: chi l'ha amata nella sua imitazione della Dellera o della Mussolini, tanto da sentirla come una sorta di amica di famiglia, non potrà che emozionarsi. Ecco dunque che il difetto del film diventa anche il suo valore aggiunto, ma solo, appunto, per quelli per cui Avanzi rappresenta una "fetta di vita passata".
Sabina, all'inizio del film è di fronte allo specchio, si chiede coma ha fatto a farsi convincere a fare uno spettacolo di sensibilizzazione per i pescatori di aragoste di Su Pallusu: «Cosa c'entra un comico con la politica? Che mi frega delle arogoste? Quand'è che i comici hanno iniziato a fare politica e viceversa?». Alla fine del film l'inquadratura si allarga e ci accorgiamo che non è sola di fronte a quello specchio.
Pier Francesco Loche è con lei ed è lui che l'aiuta a ritrovare un senso, una motivazione nell'andare avanti anche perchè in fondo il brodo è quello e a volte è meglio mangiarlo. Nel mezzo c'è la voglia di fare qualcosa, di impegnarsi, di rimettere insieme i vecchi amici. Sabina descrive il suo percorso personale nel volersi impegnare per i pescatori, anche se in fondo quello che le interessa davvero è conoscere meglio Gianni Usai e la sua esperienza nel sindacato della Fiat alla fine degli anni Settanta. Un uomo che si era impegnato in prima persona quando la politica si faceva in fabbrica, quando si rischiava davvero il posto. Un uomo che c'era anche quando il sindacato tradì i lavoratori, che visse il momento in cui si perse la voglia di lavorare e combattere insieme, il momento in cui iniziò la decadenza. Almeno secondo Sabina.
Sara Sagrati da Hideout.it

martedì 4 settembre 2007

VENEZIA 2007 - REDACTED di Brian De Palma - 2°

Riporto una recensione di Redacted molto di Brian De Palma scritta da Tullio Di Francesco su Nouvellevague.

Nel corso della guerra in Iraq alcuni soldati americani si introdussero nottetempo in un’abitazione di Samarra, stuprarono una ragazzina di quindici anni e la uccisero insieme a tutta la sua famiglia. È un fatto realmente accaduto, e ora Brian De Palma ne trae un film che sbarca al Lido nel concorso ufficiale e che azzera tutto quanto si è visto finora qui alla Mostra…

Perché non esito a definire Redacted, il nuovo film di De Palma, un capolavoro?

In primo luogo perché, anche se il fatto è autentico e l’impegno americano in Iraq ancora attuale, sarebbe pericoloso definire la pellicola un instant movie fatto per un pubblico americano. Essa è in realtà un’opera meditatissima, concepita come un testo teorico su tutto ciò che è visione e mezzo per rappresentare la realtà o fallire nel tentativo (i soldati nelle loro riprese continuano ad invocare la “verità”, ma questa esiste?). E, allo stesso tempo, è anche un film d’assalto girato nella vera filosofia del cinema indipendente della Nuova Hollywood, diretto da un decano della stessa rinunciando alla pellicola e affidandosi alle potenzialità digitali del DCP (Digital Cinema Package). Un testo che è la summa di quarant’anni di cinema depalmiano e un proliferare di germinazioni per il cinema del prossimo quarantennio.

Sono passati diciotto anni da Vittime di guerra, il suo film del 1989 che trattava lo stesso tema ambientato però durante la guerra del Vietnam, in cui un manipolo di marines stuprava una vietnamita prima di metterla a morte. E, nel frattempo, non sono cambiati solo gli equilibri del potere nel mondo, ma anche la guerra e la tecnologia capace di attuarla e rappresentarla. Già Jarhead di Sam Mendes aveva colto in pieno come, nelle guerre del ventunesimo secolo, il fattore tecnologico conti molto più di quello umano, ma anche l’altro film in concorso nella stessa giornata, In the Valley of Elah di Paul Haggis, che pure, al contrario di De Palma, ha una struttura classicissima, mette in evidenza come ormai la dimensione mediatica (anche a livello privato, non solo collettivo) sia ormai imprescindibile nella rappresentazione dei conflitti moderni.

C’è stata anche, nel frattempo, una cortocircuitazione della narrazione e della rappresentazione per immagini, una massificazione di queste ultime che ha condotto ad un’incapacità di decodificazione. De Palma si chiede come poter girare oggi lo stesso Vittime di guerra, dato che quello ha evidentemente fallito nel suo intento, e rappresentare ancora una volta la guerra riuscendo a stigmatizzarla per un pubblico capace di vedere ma non di “leggere” l’immagine. La risposta è, paradossalmente, rivolgersi alle stesse fonti che deve rappresentare. Nel film abbiamo principalmente quattro canali di informazioni visive. Le riprese del soldato Sarrazar che, sul campo, riprende i suoi filmini amatoriali in digitale (e qui c’è spazio anche per le celebri soggettive in pianosequenza di De Palma). Il documentario nel documentario, Barrage, che si finge sia girato da una troupe francese al fronte, le riprese oggettive delle telecamere di sorveglianza e, per finire, il grande magma di Internet che mette a disposizione efferati filmati di propaganda degli estremisti islamici e tutto il magma delle opinioni dei navigatori della rete.
È questa l’anima più teorica del film, dove, apparentemente, si abbraccia uno sguardo freddo e oggettivo, amorale. Dove non si può fare altro che essere “bombardati” dalle immagini che ti assalgono e ascoltare-vedere, senza poter intervenire sul cinismo e il razzismo che le ha generate.

Poi c’è l’altra anima, quella di un cinema profondamente morale (e non moralista), che monta la suspense fino a farci indignare (tremende la sequenza dello stupro e le giustificazioni dei soldati), ma che, soprattutto, si prende la sua rivincita proprio sulla manipolazione di quelle immagini che, in un primo momento, sembravano sovrastarci con la loro violenza.
Come in un film di Peckinpah, il mondo è ancora diviso tra formiche e scorpioni in continua lotta tra loro, dobbiamo farcene una ragione e non cedere all’ingenuità. Ma possiamo anche ridicolizzare questi arroganti, magari commentando le sequenze del geniale documentario francese che trasmette la vita quotidiana dei soldati americani con la Sarabanda di Handel, la stessa musica che Stanley Kubrick aveva utilizzato per il suo Barry Lindon. Non è una semplice citazione né un caso: addirittura i soldati sono ripresi nella loro immobilità con delle morbide zoomate in avanti e all’indietro proprio come nel film di Kubrick. In quest’ultimo la Storia era congelata in una prospettiva astorica e raggelante, dove tutti, buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri alla fine sono uguali di fronte alla morte. In Redacted ogni soldato è già un fantoccio e De Palma ha uno sguardo che sorvola sulle contingenze della Storia. Il suo Iraq è già congelato nell’eterno ciclo e riciclo delle ricorrenze storiche, è già, al di là delle polemiche o delle prese di posizione, “incorniciato” e storicizzato, pronto per entrare nelle pagine di un libro di storia come tutte le altre inutili e superate guerre.

“Redacted”, in inglese, è l’atto di preparare un testo per la pubblicazione, magari censurandolo con dei bei tratti di pennarello per espungere le informazioni che possono essere pericolose o incriminanti. Cioè, manipolare. Se c’è una manipolazione in favore del segreto di stato, che tende a nascondere, perché non può essercene anche una dalla parte dell’integralità, del far vedere? E così, quelle semplici fotografie che chiudono il film, unico dato “vero” di tutta la pellicola, anch’esse manipolate con neri tratti di pennarello per salvaguardare l’identità delle “vittime di guerra”, hanno una laconica potenza superiore a qualsiasi retorico apologo o pamphlet, oltre che denudare con un paradosso l’ipocrisia dei sistemi che si reggono sulla guerra e concedere ai dannati della Terra un’agognata e meritata rivincita.


DEATH OF A PRESIDENT - Recensione da Duellanti 0_33

mercoledì 18 luglio 2007

CONFETTI di Debbie Isitt

E' finalmente uscito nei cinema italiani Confetti, il secondo film di Debbi Isitt. Visto in anteprima, ecco la recensione pubblicata su Hideout.

La rivista Confetti indice un concorso per eleggere il matrimonio più “particolare” dell’anno. In premio la foto di copertina del numero speciale dedicato alla competizione e una casa dei sogni da 500.000 sterline.

Il confine esistente tra vero e falso tende sempre più a perdere distinzione. Il fatto che la Bbc, istituzione mondiale per il documentario, si sia imbattuta nella produzione di un mockumentary, un falso documentario, lascia piuttosto spiazzati. Il pretesto nasce da un concorso ideato per rilanciare una rivista tematica sul matrimonio per l’elezione della cerimonia più “strana”. La regista Debbie Isit, ispirata dalla tragicomica esperienza della sorella nei preparativi del suo matrimonio, ha infatti trascorso due anni a scavare nell’industria degli sposalizi, scoprendo un mondo “più strano della finzione”. Il passo successivo è stato quello di ordire una trama che potesse assorbire le stranezze e bizzarrie della realtà e metabolizzarle attraverso una fiction, di chiara ispirazione documentaristica.

A questo scopo il cast che dà vita alle tre coppie in gara, compresi familiari e fidanzati, ha dovuto seguire un lungo laboratorio creativo di improvvisazione, in modo da ottenere un maggiore effetto di realtà, per calarsi completamente nei panni dei personaggi filmici e ricavare reazioni naturali dalle situazioni inaspettate che si creavano sul set.

La Isit si è ispirata al mondo dei reality show televisivi per costruire la forma linguistica del film, un tentativo di coniugare la camera invisibile del direct cinema con l’invasività della videocamera digitale. Il modello ispiratore è però evidentemente la serie televisiva The office, di cui Martin Freeman è uno dei protagonisti, ma il punto di riferimento non citato è il cinema di Christopher Guest, ex Spinal Tap con Rob Rainer, e regista a sua volta di film come Campioni di razza (Best in Show, 2000), Sognando Broadway (Waiting for Guffman, 1996) e A Mighty Wind (id., 2003), tutti diventati punti di riferimento per il neo-genere del mockumentary.

Confetti gioca con gli stereotipi e mantiene alto il ritmo della narrazione attraverso buone trovate comiche, ma il valore del film si limita a questo mero livello intrattenitivo. Spesso i falsi documentari ironizzano esaperando aspetti della realtà e giocano sulla verosimiglianza del sistema linguistico utilizzato, ponendo il pubblico in bilico sul “non è vero ma ci credo”. Il procedimento dovrebbe essere quello della caricatura satirica, ma in questo Confetti fallisce; le tre coppie, una naturista, una appassionata di musical e una tennistica, non riescono a essere mai realmente critiche e graffianti nei confronti dell’industria del matrimonio, che diventa esclusivamente un motivo per creare situazioni divertenti e ironiche, principalmente sulla splendida coppia gay degli organizzatori di cerimonia. In un mondo in cui il divorzio mette in crisi l’industria del matrimonio, piuttosto che il matrimonio stesso, dove in difesa di un’istituzione sociale in grave crisi si attaccano le convivenze e i P.a.c.s. e in cui capita spesso di leggere sui quotidiani di cerimonie matrimoniali realizzate in modo “alternativo” e forse davvero la realtà supera la finzione e un film del genere, pur nascendo da una buona intuizione, non sortisce alcun effetto che superi la risata a denti stretti.

Clicca qui per vedere il trailer.

Regia: Debbie Isitt
Sceneggiatura: Debbie Isitt
Fotografia: Dewald Aukema
Montaggio: Nicky Ager
Musica: Billy Alessi, Paul Englishby
Interpreti principali: Selina Cadell, Jimmy Carr, Olivia Colman, Ron Cook, Julia Davis, Vincent Franklin, Martin Freeman
Produzione: Confetti Productions, Wasted Talent, Bbc Films, Screen West Midlands
Distribuzione: 20th Century Fox
Origine : Gran Bretagna, 2006
Durata: 96'